| I
Gallia est omnis divisa in partis tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit. Horum omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate provinciae longissime absunt, minimeque ad eos mercatores saepe commeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important, proxi. mique sunt Germanis qui trans Rhenum incolunt, quibuscum continenter bellum gerunt. Qua de causa Helvetii quoque reliquos Gallos virtute praecedunt, quod fere cotidianis proeliis cum Germanis contendunt, cum aut suis finibus eos prohibent aut ipsi in eorum finibus bellum gerunt. Eorum una pars, quam Gallos obtinere dictum est, initium capit a flumine Rhodano; continetur Garumna flumine, Oceano, finibus Belgarum; attingit etiam ab Sequanis et Helvetiis flumen Rhenum; vergit ad septentriones. Beigae ab extremis Galliae finibus oriuntur; pertinent ad inferiorem partem fluminis Rheni; spectant in septentrionem et orientem solem. Aquitania a Garumna flumine ad Pyrenaeos montis et eam partem Oceani quae est ad Hispaniam pertinet; spectat inter occasum solis et septentriones. |
La Gallia è divisa in tre parti, delle quali l’una è ospitata dai Belgi, l’altra dagli Aquitani la terza da coloro che nella loro stessa lingua sono chiamati Celti, nella nostra Galli. Tutti costoro si differenziano per la lingua, le istituzioni, le leggi.Il fiume Garonna separa i Galli dagli Aquitani, la Marna e la Sequana (li separano) dai Belgi.I più forti di tutti costoro sono i Belgi per il fatto che sono molto lontani dalla civiltà progredita della provincia e poiché molto raramente i mercanti si recano da loro e importano quelle merci che tendono a infiacchire gli animi e sono molto simili ai Germani che abitano al di là del Reno contro i quali combattono continuamente.Per questo motivo gli Elvezi superano in valore anche gli altri galli, perché si scontrano con i Germani con battaglie quasi quotidiane, quando o li tengono lontani dal loro territorio o essi stessi portano la guerra nei loro paesi.Una parte di quei territori che è stato detto che occupano i Galli inizia dal fiume Rodano, è limitato dal fiume Garonna, dall’oceano, dai territori dei Belgi, tocca anche il fiume Reno dalla parte dei Sequani e degli Elvezi, è rivolta a settentrione.I Belgi hanno origine dagli estremi confini della Gallia, si estendono verso la parte inferiore del Reno, guardando verso settentrione e oriente.L’Aquitania si estende dal fiume Garonna ai Pirenei e a quella parte dell’oceano che è vicina alla Spagna, e guarda tra ovest e nord. |
| II
Apud Helvetios longe nobilissimus fuit et ditissimus Orgetorix. Is, M. Messalla et M. Pupio Pisone consulihus, regni cupiditate inductus coniurationem nobilitatis fecit, et civitati persuasit ut de finibus suis cum omnihus copiis exirent: perfacile esse, cum virtute omnibus praestarent, totius Galliae imperio potiri. Id hoc facilius eis persuasit, quod undique loci natura Helvetii contincntur: una ex parte flumine Rheno latissimo atque altissimo, qui agrum Helvetium a Germanis dividit; altera ex parte monte Iura altissimo, qui est inter Sequanos et Helvetios; tertia lacu Lemanno et flumine Rhodano, qui provinciam nostram ab Helvetiis dividit. His rebus fiebat ut et minus late vagarentur et minus facile finitimis bellum inferre possent; qua ex parte homines bellandi cupidi magno dolore adficiebantur. Pro multitudine autem hominum et pro gloria belli atque fortitudinis angustos se finis habere arbitrabantur, qui in longitudinem milia passuum CCXL, in latitudinem CLXXX patebant. |
Presso gli Elvezi Orgetorige era di gran lunga il più nobile e il più ricco. Egli, sotto il consolato di M. Messala e M. Pisone, spinto dalla brama di potere, si accordò con la nobiltà e riuscì a convincere la cittadinanza a trasferirsi dalle loro terre con tutti i loro averi: dicendo che fosse facile, eccellendo tutti in valore, impadronirsi dell'intera Gallia. Li persuase facilmente a ciò poichè gli Elvezi erano chiusi da ogni parte dalla natura del luogo: da una parte il larghissimo e profondissimo fiume Reno, che divideva le terre degli Elvezi dai Germani; dall'altra parte l'altissima catena del Giura, che si trova tra Sequani ed Elvezi; dalla terza parte il lago Lemanno e il fiume Rodano, che divideva la provinciam nostram dagli Elvezi. Perciò accadeva che potevano scorazzare in poche zone e che potevano attaccar battaglia meno facilmente; e perciò, essendo uomini bellicosi, si rattristavano. In rapporto alla loro moltitudine a allla loro fama di valore in guerra pensavano di avere delle terre troppo anguste, poichè si estendevanoper 240 mila passi in longitudine e per 180 mila passi in latitudine. Ringrazio Giovanni Ciccone per la traduzione inviatami |
| III
His rebus adducti et auctoritate Orgetorigis permoti, constituerunt ea quae ad profìciscendum pertinerent comparare, iumentorum et carrorum quam maximum numerum coemere, sementis quam maximas facere ut in itinere copia frumenti suppeteret, cum proximis civitatibus pacem et amicitiam confìrmare. Ad eas res conficiendas biennium sibi satis esse duxerunt: in tertium annum profectionem lege confìrmant. Ad eas res confìciendas Orgetorix deligitur. Is sibi legationem ad civitates suscepit. In eo itinere persuadet Castico Catamantaloedis filio Sequano, cuius pater regnum in Sequanis multos annos obtinuerat et a senatu populi Romani amicus appellatus erat, ut regnum in civitate sua occuparet quod pater ante habuen rat; itemque Dumnorigi Aeduo fratri Diviciaci, qui eo tempore principatum in civitate obtinebat ac maxime plebi acceptus erat, ut idem conaretur persuadet, eique fìliam suam in matrimonium dat. Perfacile factu esse illis probat conata perfìcere, propterea quod ipse suae civitatis imperium obtenturus esset: non esse dubium quin totius Galliae plurimum Helvetii possent; se suis copiis suoque exercitu illis regna conciliaturum confirmat. Hac oratione adducti inter se fidem et ius iurandum dant, et regno occupato per tris potentissimos ac fumissimos populos totius Galliae sese potiri posse sperant. |
Spinti da questi motivi e scossi dall'autorità di Orgetorige, stabilirono di disporre l'occorrente alla partenza: adunare il maggior numero di bestie da soma e di carriaggi che si potesse acquistare, eseguire il massimo delle semine per non mancare di grano durante il viaggio, stabilire una pace amichevole con le nazioni limitrofe. per compiere questi preparativi giudicarono sufficiente un biennio, e al terzo anno fissano per legge la partenza. A realizzarli viene scelto Orgetorige. Questi nel corso delle ambascerie che compì presso varie nazioni convince Castico figlio di Catamatalde, un sequano il cui padre aveva dominato per molti anni sul suo popolo ed era stato proclamato dal Senato amico del popolo romano, a prendere il potere tra i suoi connazionali come suo padre prima di lui; altrettanto fa con l'eduo Dumnorige, fratello di Diviciaco allora principe della sua nazione, e molto popolare, inducendo a compiere un tentativo analogo e concedendogli in moglie la propria figlia. dimostra a entrambi l'estrema facilità dell'impresa, poichè anch'egli avrebbe ottenuto il dominio della propria nazione: ed essendo fuor di dubbio che gli Elvezi fossero il popolo più potente dell'intera Gallia, garantisce che con le sue risorse e il suo esercito egli avrebbe procurato loro il trono. Questo discorso li induce a giurare lealtà reciproca, e confidano che un volta raggiunto il potere, con quei tre popoli così forti e saldi potranno divenire padroni della Gallia intera. |
| IV
Ea res est Helvetiis per indicium enuntiata. Moribus suis Orgetorigem ex vinculis causam dicere coegerunt. Damnatum poenam sequi oportebat ut igni cremaretur. Die constituta causae dictionis Orgetorix ad iudicium omnemsuam familiam ad hominum milia decem undique coegi, et omnis clientis obaeratosque suos, quorum magnum namerum habebat, eodem conduxit: per eos ne causam dicere se eripuit. Cum civitas ob eam rem incitata armis ius suum exsequi conaretur, multitudinemque hominum ex agris magistratus cogerent, Orgetorix mortuus est; neque abest suspicio, ut Helvetii arbitrantur, quin ipse sibi mortem consciverit. |
La trama viene svelata agli Elvezi da una delazione. Secondo la loro usanza, Orgetorige fu costretto a difendersi in catene; in caso di condanna lo aspettava per punizione il rogo. Nel gorno fissato per il dibattimento Orgetorige fece salire sul posto tutta la sua servitù - circa diecimila uomini - e tutti i suoi dipendenti e debitori, unbel numero di persone; col loro appoggio si sottrasse alla necessità di difendersi. Mentre la gente, irritata, cercava di imporre il proprio diritto con le armi e i magistrati andavano radunando uomini dalla campagna, Orgetorige morì; e c'è il sospetto, secondo gli Elvezi, che si sia suicidato. |
| V
Post eius mortem nihilo minus Helvetii id quod constituerant facere conantur, ut e finibus suis exeant. Ubi iam se ad eam rem paratos esse arbitrati sunt, oppida sua omnia, numero ad duodecim, vicos ad quadringentos, reliqua privata aedificia incendunt; frumentum omne, praeterquam quod secum portaturi erant, comburunt, ut domum reditionis spe sublata paratiores ad omnia pericula subeunda essent; trium mensum molita cibaria sibi quemque domo efferre iubent. Persuadent Rauricis et Tulingis et Latovicis finitimis suis uti eodem usi consilio, oppidis suis vicisque exustis, una cum eis proficiscantur, Boiosque, qui trans Rhenum incoluerant et in agrum Noricum transierant Noreiamque oppugnarant, receptos ad se socios sibi asciscunt. |
Dopo e nonostante la sua morte gli Elvezi persistono nella decisione di emigrare. Quando si ritengono pronti all'impresa, appiccano il fuoco a tutte le loro città, che erano una dozzina, ai villaggi, una quarantina, e ai casolari isolati; ardono tutto il grano che non avrebbero portato con sè, perchè senza più il miraggio di tornare in patria fassero meglio disposti ad affrontare qualsiasi pericolo, e ordino che ciascuno porti via da casa per sè farina sufficiente a tre mesi. Convincono i loro confinanti Rauraci, Tulingi e Latobrigi a prendere la medesima decisione e a partire con loro dopo aver bruciato città e villaggi; anche i Boi, passati ai propri insediamenti oltre Reno al territorio del Norico e intenti a espugnate Noreia, vengono associati all'impresa. |
| VI
Erant omnino itinera duo, quibus itineribus domo exire possent: unum per Sequanos, angustum et difficile, inter montem Iuram et flumen Rhodanum, vix qua singuli carri ducerentur; mons autem altissimus, impendebat, ut facile perpauci prohibere possent; alterum per provinciam nostram, multo facilius atque expeditius, propterea quod inter finis Helvetiorum et Allobrogum, qui nuper pacati erant, Rhodanus fluit, isque non nullis locis vado transitur. Extremum oppidum Allobrogum est proximumque Helvetiorum finibus Genava. Ex eo oppido pons ad Helvetios pertinet. Allobrogibus sese vel persuasuros, quod nondum bono animo in populum Romanum viderentur, extimabant vel vi coacturos ut per suos finis in eos ire peterentur. Omnibus rebus ad profectionem comparatis, diem dicunt, qua die ad ripam Rhodani omnes conveniant. Is dies erat a. d. V. Kal. April., L. Pisone A. Gabinio consulibus. |
Solo due erano le strade che gli Elvezi potevano percorrere per uscire di patria: o attraversare i Sequani, strada angusta e difficile tra i monti del Giura e il fiume Rodano, dove i carri potevano a mala pena procedere in fila per uno, e dominata da cime altissime, cosicchè bastavano ben pochi uomini a impedire il passaggio, oppure attraverso la nostra provincia, assai più agevole e spiccia perchè tra il territorio degli Elvezi e degli Allobrogi, questi ultimi ridotti alla pace da poco, scorre il rodano, guadabile in più punti. Ultima città degli Allobrogi, e vicinissima agli Elvezi, e questi ritenevano di poter convincere gli Allobrogi, poichè non sembravano ancora così inclini verso i Romani, o di poterli forzare a concedere loro il passaggio per il proprio territorio. Quando tutto è pronto per la partenza, fissano il giorno per l'adunata generale sulle sponde del Rodano. Era il 28 marzo dell'anno del consolato di Lucio Pisone e Aulo Gabino (58 a.C.). |
| VII
Caesari cum id nuntiatum esset, eos per provinciam nostram iter facere conari, maturat ab urbe proficisci, et quam maximis potest itineribus in Galliam ulteriorem contendit, et ad Genavam pervenit. Provinciae toti quam maxium potest militum numerum imperat (erat omnino in Gallia ulteriore legio una), pontem qui erat ad Genavam iubet rescindi. Ubi de eius adventu Helvetii certiores facti sunt, legatos ad eum mittunt nobilissimos civitatis, cuius legationis Nammeius et Verucloetius principem locum obtinebant, qui dicerent sibi esse in animo sine ullo maleficio iter per provinciam facere, propterea quod aliud iter haberent nullum: rogare ut eius voluntate id sibi facere 1iceat. Caesar, quod memoria tenebat L. Cassium consulem occisum exercitumque eius ab Helvetiis pulsum et sub iugum missum, concedendum non putabat; neque homines inimico animo, data facultate per provinciam itineris faciendi, temperaturos ab iniuria et maleficio existimabat. Tamen, ut apatium intercedere, posset dum milites quos imperaverat convenirent, legatis respondit diem se ad deliberandum sumpturum: si quid vellent, ad Id. April. reverterentur. |
Cesare, all'annuncio che gli Elvezi tentano di farsi strada attraverso la nostra provincia, affretta la partenza da Roma; a grandi tappe si dirige verso la Gallia Transalpina, e giunge a Ginevra.Ordina a tutta la provincia di fornirgli il maggior numero di soldati - nella Gallia Transalpina si trovava una sola regione - e fa tagliare il ponte di Ginevra. Saputo del suo arrivo, gli Elvezi mandano in delegazione da lui i cittadini più nobili, con Nammenio e Veruclezio alla testa, per garantirgli il loro proposito di attrversare la provincia senza arrecare danni e non avendo altra strada; lo pregano di concedere il suo assenso. Cesare, memore dell'uccisione di Lucio Cassio, della sconfitta e del giogo sotto cui dagli Elvezi era stato fatto passare il suo esercito, riteneva di non dover fare concessioni; e pensava che un popolo di animo ostile, una volta accordata la facoltà di attraversare la provincia, non si sarebbe trattenuto dall'infliggere oltraggi e danni. Nondimeno, perchè potesse intercorrere qualche tempo e i soldati da lui richiesti affluissero, rispose alla delegazione che si sarebbe preso qualche giorno per decidere; se voleveno qualcosa, tornassero il 13 aprile. |
| VIII
Interea ea legione quam secum habebat militibusque qui ex provincia convenerant a lacu Lemanno, qui in flumen Rhodanum influit, ad montem Iuram, qui finis Sequanorum ab Helvetiis dividit, milia passuum decem novem murum in altitudinem pedum sedecim fossamque perducit. Eo opere perfecto,praesidia disponit, castella communit, quo facilius, si se invito transire conarentur, prohibere possit. Ubi ea aies quam constituerat cum legatis venit et legati ad eum reverterunt, negat se more et exemplo populi Romani posse iter ulli per provinciam dare et, si vim facere conentur, prohibiturum ostendit. Helvetii ea spe deiecti, navibus iunctis ratibusque compluribus factis alii vadis Rhodani, qua minima altitudo fluminis erat, non numquam interdiu, saepius noctu, si perrumpere possent conati, operis munitione et militum concursu et telis repulsi, hoc conatu destiterunt. |
Intanto, impiegando la legione che aveva con sè e i soldati affluiti dalla provincia, conduce dal lago Lemano, che ha uno sbocco nel fiume Rodano, fino al Giura, che divide il territorio dei Sequani e degli Elvezi, una massicciata alta sedici piedi e un fossato di diciannove miglia. Compiuta l'opera, dispone guarnigioni, allestisce fortini per poter opporsi più facilmente se tentavano di forzare il passaggio a suo dispetto. Al sopraggiungere del giorno fissato con gli ambasciatori e al loro ritorno li avverte che la consuetudine e il comportamento del popolo romano chi impedivano di concedere a chicchessia il transito per la provincia, e dichara che se tentassero di forzarlo si sarebbe opposto. gli Elvezi, caduta questa speranza, su barche legate assieme e su un buon numero di zattere da loro allestite, oppure guadando il Rodano nei punti meno profondi, talora di giorno, più spesso di notte, tentarono di aprirsi un varco, ma, respinti dalle fortificazioni e dai proiettili dei soldati prontamente accorsi, desistettero dal tentativo. |
| IX
Relinquebatur una per Sequanos via, qua Sequanis invitis propter angustias ire non poterant. His cum sua sponte persuadere non possent, legatos ad Dumnorigem Aeduum mittunt, ut eo deprecatore a Sequanis impetrarent. Dumnorix gratia et largitione apud Sequanos plurimum, poterat, et Helvetiis erat amicus, quod ex ea civitate Orgetorigis filiam in matrimonium duxerat et, cupiditate regni adductus, novis rebus studebat et quam plurimas civitates suo beneficio habere obstrictas volebat. ltaque rem suscipit et a Sequanis impetrat ut per finis suos Helvetios ire patiantur, obsidesque uti inter sese dent perficit: Sequani, ne itinere Helvetios prohibeant; Helvetii, ut sine maleficio et iniuria transeant. |
Restava un'unica via, quella attraverso i Sequani, impercorribile però senza il loro consenso, tanto era angusta. Incapaci di trarli dalla loro parte da soli, mandano una delegazione a Dumnorige, l'eduo, perchè con la sua intercessione ottenga l'assenso dei Sequani. dumnorige aveva una grande influenza su questi ultimi per il suo prestigio e le sue largizioni , oltre ad essere amico degli Elvezi; perfeziona anche uno scambio di ostaggi fra i due popoli, perchè i Sequani non ostacolino la marcia degli Elvezi, e gli Elvezi trascorrano senza recare danno e oltraggi. |
| X
Caesari renuntiatur Helvetiis esse in animo per agrum Sequanorum et Aeduorum iter in Santonum finis facere, qui non longe a Tolosatium finibus absunt, quae civitas est in provincia. Id si fieret, intellegebat magno cum periculo provinciae futurum ut homines bellicosos, populi Romani inimicos, locis patentibus maximeque frumentariis finitimos haberet. Ob eas causas ei munitioni quam fecerat. T. Labienum legatum praefecit; ipse in Italiam magnis itineribus contendit, duasque ibi legiones conscribit, et tris quae circum Aquileiam hiemabant ex hibernis educit et, qua proximum iter in ulteriorem Galliam per Alpis erat, cum eis quinque legionibus ire contendit. Ibi Ceutrones et Graioceli et Caturiges, locis superioribus occupatis, itinere exercitum prohibere conantur. Compluribus eis proeliis pulsis ob Ocelo, quod est citerioris provinciae extremum, in finis Vocontiorum ulterioris provinciae die septimo pervenit; inde in Allobrogum finis, ab Allobrogibus in Segusiavos exercitum ducit. Hi sunt extra provinciam trans Rhodanum primi. |
A Cesare viene riferito che gli Elvezi intendevano compier il viaggio attraverso il territorio dei Sequani e degli Edui in direzione dei Santoni, stanziati non lontano dal territoriodei Tolosani, popolazione appartenente alla nostra provincia. Se ciò si fosse verificato, intendeva bene che avrebbe costituito ungrave pericolo per la provincia stessa l'avere come confinante, in pianure ricchissime di grano, una gente bellicosa e ostile al popolo romano. Perciò mette a capo della linea fortificata che aveva costituito il suo luogotenente Tito Labieno, ed egli si reca in Italia a grandi tappe; vi arruola due legioni; tre, che svernavano pesso Aquileia,trae dagli accantonamenti; e per il valico alpino più vicino muove muove con queste cinque legioni verso la Gallia Transalpina. Lì i Ceutroni, i Graioceli e i Caturigi tentano di impedire la marcia dell'esercito occupando le alture. Ma Cesare li ricaccia nel corso di parecchi combattimenti e da Ocelo, l'ultima roccaforte della provincia cisalpina, giunge in sette giorni nel territorio dei Voconzi, in Gallia transalpina; di là guida l'esercito fra gli Allobrogi e dagli Allobrogi fra i Segusiavi, il primo polo esterno alla provincia oltre il Rodano. |
| XI
Helvetii iam per angustias et fines Sequanorum suas copias traduxerant et in Haeduorum fines pervenerant eorumque agros populabantur. Haedui, cum se suaque ab iis defendere non possent, legatos ad Caesarem mittunt rogatum auxilium: ita se omni tempore de populo Romano meritos esse ut paene in conspectu exercitus nostri agri vastari, liberi [eorum] in servitutem abduci, oppida expugnari non debuerint. Eodem tempore quo Haedui Ambarri, necessarii et consanguinei Haeduorum, Caesarem certiorem faciunt sese depopulatis agris non facile ab oppidis vim hostium prohibere. Item Allobroges, qui trans Rhodanum vicos possessionesque habebant, fuga se ad Caesarem recipiunt et demonstrant sibi praeter agri solum nihil esse reliqui. Quibus rebus adductus Caesar non expectandum sibi statuit dum, omnibus, fortunis sociorum consumptis, in Santonos Helvetii pervenirent. |
Gli Elvezi, oltrepassati con le loro truppe gli impervi territori dei Sequani, erano giunti nella regione degli Edui e ne devastavano i campi. Gli Edui, non essendo in grado di difendere se stessi, né i propri beni, inviano a Cesare un'ambasceria per chiedergli aiuto: in ogni circostanza avevano acquisito meriti presso il popolo romano, perciò non avrebbero dovuto vedere, quasi al cospetto del nostro esercito, i loro campi saccheggiati, i loro figli asserviti, le loro città espugnate. Nello stesso tempo gli Ambarri, affini per razza agli Edui, informano Cesare che i loro campi erano stati devastati e che essi difficilmente avrebbero potuto tenere lontane dalle loro città le forze nemiche. Allo stesso modo gli Allobrogi, che al di là del Rodano avevano villaggi e possedimenti, fuggono e si rifugiano da Cesare, dicendogli che nulla rimaneva loro, se non la terra dei campi. Cesare, spinto da tali notizie, decide di non dover aspettare che gli Elvezi giungano nei territori dei Santoni, dopo aver distrutto tutti i beni degli alleati di Roma. Ringrazio Gabriele per la traduzione inviatami. |
| XII
Flumen est Arar, quod per fines Haeduorum et Sequanorum in Rhodanum influit, incredibili lenitate, ita ut oculis in utram partem fluat iudicari non possit. Id Helvetii ratibus ac lintribus iunctis transibant. Ubi per exploratores Caesar certior factus est tres iam partes copiarum Helvetios id flumen traduxisse, quartam vero partem citra flumen Ararim reliquam esse, de tertia vigilia cum legionibus tribus e castris profectus ad eam partem pervenit quae nondum flumen transierat. Eos impeditos et inopinantes adgressus magnam partem eorum concidit; reliqui sese fugae mandarunt atque in proximas silvas abdiderunt. Is pagus appellabatur Tigurinus; nam omnis civitas Helvetia in quattuor pagos divisa est. Hic pagus unus, cum domo exisset, patrum nostrorum memoria L. Cassium consulem interfecerat et eius exercitum sub iugum miserat. Ita sive casu sive consilio deorum immortalium quae pars civitatis Helvetiae insignem calamitatem populo Romano intulerat, ea princeps poenam persolvit. Qua in re Caesar non solum publicas, sed etiam privatas iniurias ultus est, quod eius soceri L. Pisonis avum, L. Pisonem legatum, Tigurini eodem proelio quo Cassium interfecerant. |
C'è un fiume, la Saona, che scorre attraverso i territori degli Edui e dei Sequani e si versa nel Rodano con incredibile placidità, tanto che a occhio non è possibile stabilire quale sia il senso della corrente. Gli Elvezi lo stavano attraversando con zattere e imbarcazioni legate. Cesare, non appena fu informato dagli esploratori che i tre quarti degli Elvezi erano già sull'altra sponda e che circa un quarto era rimasto al di qua della Saona, dopo mezzanotte partì dall'accampamento con tre legioni e raggiunse gli Elvezi che non avevano ancora varcato il fiume. Li colse alla sprovvista, mentre erano ancora impacciati dalle salmerie: ne uccise la maggior parte, i superstiti fuggirono e si nascosero nelle selve circostanti. Questa tribù (infatti, il popolo degli Elvezi si divide, nel suo complesso, in quattro tribù) si chiamava dei Tigurini. I Tigurini, all'epoca dei nostri padri, erano stati gli unici a sconfinare, avevano ucciso il console L. Cassio e sottoposto i suoi soldati all'onta del giogo. Così, o per caso o per volontà degli dèi immortali, la prima a pagare le proprie colpe fu proprio la tribù che aveva inferto al popolo romano una memorabile sconfitta. Cesare vendicò non solo le offese pubbliche, ma anche quelle private, perché i Tigurini, nella stessa battaglia in cui era morto Cassio, avevano ucciso il legato L. Pisone, avo di suo suocero L. Pisone. Ringrazio Gabriele per la traduzione inviatami. |
| XIII
Hoc proelio facto, reliquas copias Helvetiorum ut consequi posset, pontem in Arari faciendum curat atque ita exercitum traducit. Helvetii repentino eius adventu commoti cum id quod ipsi diebus XX aegerrime confecerant, ut flumen transirent, illum uno die fecisse intellegerent, legatos ad eum mittunt; cuius legationis Divico princeps fuit, qui bello Cassiano dux Helvetiorum fuerat. Is ita cum Caesare egit: si pacem populus Romanus cum Helvetiis faceret, in eam partem ituros atque ibi futuros Helvetios ubi eos Caesar constituisset atque esse voluisset; sin bello persequi perseveraret, reminisceretur et veteris incommodi populi Romani et pristinae virtutis Helvetiorum. Quod improviso unum pagum adortus esset, cum ii qui flumen transissent suis auxilium ferre non possent, ne ob eam rem aut suae magnopere virtuti tribueret aut ipsos despiceret. Se ita a patribus maioribusque suis didicisse, ut magis virtute contenderent quam dolo aut insidiis niterentur. Quare ne committeret ut is locus ubi constitissent ex calamitate populi Romani et internecione exercitus nomen caperet aut memoriam proderet. |
Dopo questa battaglia, per raggiungere il resto dell'esercito elvetico, provvide a far costruire un ponte sull'Arar trasferendo così sull'altra riva le sue truppe. Gli Elvezi, scossi dal suo arrivo repentino, quando si resero conto che in un solo giorno aveva fatto quanto essi stessi avevano penato venti giorni per portare a termine, cioè la traversata del fiume, gli inviarono ambasciatori. Capo della legazione era Divicone, che aveva comandato gli Elvezi nella guerra contro Cassio. Questi così si rivolse a Cesare: se il popolo romano avesse fatto pace con gli Elvezi, essi sarebbero andati a stabilirsi laddove Cesare avesse deciso e voluto; se invece aveva ancora intenzione di perseguitarli con la guerra, si ricordasse e degli inconvenienti già occorsi al popolo romano e dell'antico valore degli Elvezi. L'improvvisa aggressione ad una sola delle tribù elvetiche, compiuta mentre coloro che avevano già attraversato il fiume non potevano soccorrere i compagni, non doveva costituire per lui una gran prova di valore, né indurlo a sottovalutarli. Essi avevano imparato dai padri e dagli antenati a combattere più con il valore che con l'inganno, o col tendere agguati. Evitasse quindi di far sì che il luogo in cui si erano fermati diventasse famoso per la sconfitta del popolo romano e il massacro del suo esercito, o ne tramandasse ai posteri la memoria. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XIV
His Caesar ita respondit: eo sibi minus dubitationis dari, quod eas res quas legati Helvetii commemorassent memoria teneret, atque eo gravius ferre quo minus merito populi Romani accidissent; qui si alicuius iniuriae sibi conscius fuisset, non fuisse difficile cavere; sed eo deceptum, quod neque commissum a se intellegeret quare timeret neque sine causa timendum putaret. Quod si veteris contumeliae oblivisci vellet, num etiam recentium iniuriarum, quod eo invito iter per provinciam per vim temptassent, quod Haeduos, quod Ambarros, quod Allobrogas vexassent, memoriam deponere posse? Quod sua victoria tam insolenter gloriarentur quodque tam diu se impune iniurias tulisse admirarentur, eodem pertinere. Consuesse enim deos immortales, quo gravius homines ex commutatione rerum doleant, quos pro scelere eorum ulcisci velint, his secundiores interdum res et diuturniorem impunitatem concedere. Cum ea ita sint, tamen, si obsides ab iis sibi dentur, uti ea quae polliceantur facturos intellegat, et si Haeduis de iniuriis quas ipsis sociisque eorum intulerint, item si Allobrogibus satis faciunt, sese cum iis pacem esse facturum. Divico respondit: ita Helvetios a maioribus suis institutos esse uti obsides accipere, non dare, consuerint; eius rem populum Romanum esse testem. Hoc responso dato discessit. |
E Cesare rispose: era proprio perché ricordava i fatti che gli Elvezi andavano rammentando che non aveva dubbi sul da farsi, e di quei fatti gli era tanto più difficile sopportare il ricordo, quanto meno erano accaduti per colpa del popolo romano. Il quale, se avesse avuto coscienza di aver commesso qualche torto, non avrebbe avuto difficoltà a stare in guardia, ma proprio da questo era stato tratto in inganno, che sapeva di, non aver commesso nulla per cui temere, né riteneva di dover temere senza un motivo. Se anche avesse voluto dimenticare gli antichi affronti, come non ricordare i recenti? Che contro il suo volere, per forza, avevano tentato di passare attraverso la provincia, che avevano infierito contro gli, Edui, contro gli Ambarri, contro gli Allobrogi? Che si vantassero con tanta insolenza della propria vittoria e si meravigliassero che per tanto tempo l'offesa fosse stata tollerata, faceva parte di uno stesso disegno. Sogliono infatti gli dèi immortali, perché la pena per la mutata fortuna rechi maggior dolore, concedere un periodo di miglior sorte e più lunga impunità a coloro che intendono punire per i loro delitti. Nonostante questo, egli era disposto a far la pace con loro a condizione che consegnassero ostaggi per garantire che avrebbero mantenuto le promesse, e risarcissero gli Edui e i loro alleati e gli Allobrogi dei danni arrecati. Divicone replicò che gli Elvezi avevano imparato dai loro antenati a ricevere ostaggi, non a darne, e di ciò era testimone il popolo romano. Detto questo se ne andò. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XV
Postero die castra ex eo loco movent. Idem facit Caesar equitatumque omnem, ad numerum quattuor milium, quem ex omni provincia et Haeduis atque eorum sociis coactum habebat, praemittit, qui videant quas in partes hostes iter faciant. Qui cupidius novissimum agmen insecuti alieno loco cum equitatu Helvetiorum proelium committunt; et pauci de nostris cadunt. Quo proelio sublati Helvetii, quod quingentis equitibus tantam multitudinem equitum propulerant, audacius subsistere non numquam et novissimo agmine proelio nostros lacessere coeperunt. Caesar suos a proelio continebat, ac satis habebat in praesentia hostem rapinis, pabulationibus populationibusque prohibere. Ita dies circiter XV iter fecerunt uti inter novissimum hostium agmen et nostrum primum non amplius quinis aut senis milibus passuum interesset. |
Il giorno dopo gli Elvezi levano il campo. Lo stesso fa Cesare, e manda avanti tutta la cavalleria, circa quattromila unità reclutate da tutta la provincia e tra gli Edui e i loro alleati, a vedere quale direzione avrebbe preso il nemico. La cavalleria, inseguita con troppa foga la retroguardia, si trovò ad ingaggiare battaglia con la cavalleria elvetica in posizione sfavorevole, subendo poche perdite. Gli Elvezi, che con cinquecento cavalieri avevano ricacciato una così numerosa cavalleria, esaltati dal successo, cominciarono con maggiore audacia a fermarsi di tanto in tanto e a provocare i nostri a battaglia con la loro retroguardia. Cesare li tratteneva, ritenendo sufficiente per il momento impedire al nemico saccheggi, foraggiamento e devastazioni. Procedettero in questo modo per circa quindici giorni, lasciando non più di cinque o sei miglia di distanza tra la retroguardia nemica e la nostra avanguardia. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XVI
Interim cotidie Caesar Haeduos frumentum, quod essent publice polliciti, flagitare. Nam propter frigora [quod Gallia sub septentrionibus, ut ante dictum est, posita est,] non modo frumenta in agris matura non erant, sed ne pabuli quidem satis magna copia suppetebat; eo autem frumento quod flumine Arari navibus subvexerat propterea uti minus poterat quod iter ab Arari Helvetii averterant, a quibus discedere nolebat. Diem ex die ducere Haedui: conferri, comportari, adesse dicere. Ubi se diutius duci intellexit et diem instare quo die frumentum militibus metiri oporteret, convocatis eorum principibus, quorum magnam copiam in castris habebat, in his Diviciaco et Lisco, qui summo magistratui praeerat, quem vergobretum appellant Haedui, qui creatur annuus et vitae necisque in suos habet potestatem, graviter eos accusat, quod, cum neque emi neque ex agris sumi possit, tam necessario tempore, tam propinquis hostibus ab iis non sublevetur, praesertim cum magna ex parte eorum precibus adductus bellum susceperit; multo etiam gravius quod sit destitutus queritur. |
Frattanto Cesare chiedeva ogni giorno insistentemente agli Edui il frumento che questi si erano ufficialmente impegnati a fornire. Infatti, a causa del freddo, dato che la Gallia, come si è detto, è posta a settentrione, non solo non era ancora maturato il grano sui campi, ma neanche i pascoli erano sufficientemente rigogliosi. Del frumento che aveva fatto portare per nave sul fiume Arar non poteva servirsi, perché gli Elvezi si erano allontanati dal corso del fiume ed egli non voleva perdere il contatto. Gli Edui rimandavano di giorno in giorno la consegna dicendo che lo stavano raccogliendo, che lo stavano trasportando, che era in arrivo. Cesare, quando vide che la cosa stava andando troppo per le lunghe, e che si avvicinava il giorno in cui bisognava distribuire le razioni ai soldati, convocò i loro capi, molti dei quali erano con lui al campo, tra i quali Diviziaco e Lisco, che ricopriva allora la più alta carica, - una magistratura annua alla quale gli Edui danno il nome divergobreto e che dà diritto di vita o di morte sui concittadini - accusandoli pesantemente della loro inadempienza, nel momento in cui egli non poteva né comprare né prelevare il grano dai campi, in una situazione d'emergenza, in vista del nemico, tanto più che aveva intrapreso la guerra in seguito alle preghiere di gran parte di loro. Lamenta in tono ancor più risentito di essere stato ingannato. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XVII
Tum demum Liscus oratione Caesaris adductus quod antea tacuerat proponit: esse non nullos, quorum auctoritas apud plebem plurimum valeat, qui privatim plus possint quam ipsi magistratus. Hos seditiosa atque improba oratione multitudinem deterrere, ne frumentum conferant quod debeant: praestare, si iam principatum Galliae obtinere non possint, Gallorum quam Romanorum imperia perferre, neque dubitare [debeant] quin, si Helvetios superaverint Romani, una cum reliqua Gallia Haeduis libertatem sint erepturi. Ab isdem nostra consilia quaeque in castris gerantur hostibus enuntiari; hos a se coerceri non posse. Quin etiam, quod necessariam rem coactus Caesari enuntiarit, intellegere sese quanto id cum periculo fecerit, et ob eam causam quam diu potuerit tacuisse. |
Finalmente Lisco, spinto dalle parole di Cesare, rivela ciò che prima aveva taciuto: vi erano tra di loro alcuni personaggi che godevano di grande prestigio presso il popolo, i quali, da privati cittadini, avevano più potere degli stessi magistrati. Questi, con discorsi sediziosi ed iniqui, distoglievano le masse dal consegnare il frumento dovuto; dicevano che era meglio, se non potevano più ottenere il dominio della Gallia, sottostare ai Galli piuttosto che ai Romani e che i Romani, se avessero sconfitto gli Elvezi, avrebbero certamente tolto la libertà agli Edui e a tutto il resto della Gallia. I nostri piani e tutto ciò che avveniva al campo veniva da questi rivelato al nemico ed egli non poteva tenerli a freno. Anzi, poiché era stato costretto a rivelare a Cesare un fatto di tale gravità, sapeva bene quanto la cosa fosse per lui pericolosa, ed era per questo che aveva taciuto fin quando gli era stato possibile. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XVIII
Caesar hac oratione Lisci Dumnorigem, Diviciaci fratrem, designari sentiebat, sed, quod pluribus praesentibus eas res iactari nolebat, celeriter concilium dimittit, Liscum retinet. Quaerit ex solo ea quae in conventu dixerat. Dicit liberius atque audacius. Eadem secreto ab aliis quaerit; reperit esse vera: ipsum esse Dumnorigem, summa audacia, magna apud plebem propter liberalitatem gratia, cupidum rerum novarum. Complures annos portoria reliquaque omnia Haeduorum vectigalia parvo pretio redempta habere, propterea quod illo licente contra liceri audeat nemo. His rebus et suam rem familiarem auxisse et facultates ad largiendum magnas comparasse; magnum numerum equitatus suo sumptu semper alere et circum se habere, neque solum domi, sed etiam apud finitimas civitates largiter posse, atque huius potentiae causa matrem in Biturigibus homini illic nobilissimo ac potentissimo conlocasse; ipsum ex Helvetiis uxorem habere, sororum ex matre et propinquas suas nuptum in alias civitates conlocasse. Favere et cupere Helvetiis propter eam adfinitatem, odisse etiam suo nomine Caesarem et Romanos, quod eorum adventu potentia eius deminuta et Diviciacus frater in antiquum locum gratiae atque honoris sit restitutus. Si quid accidat Romanis, summam in spem per Helvetios regni obtinendi venire; imperio populi Romani non modo de regno, sed etiam de ea quam habeat gratia desperare. Reperiebat etiam in quaerendo Caesar, quod proelium equestre adversum paucis ante diebus esset factum, initium eius fugae factum a Dumnorige atque eius equitibus (nam equitatui, quem auxilio Caesari Haedui miserant, Dumnorix praeerat): eorum fuga reliquum esse equitatum perterritum. |
Cesare intuiva nelle parole di Lisco una allusione a Dumnorige, fratello di Diviziaco, ma poiché non voleva che se ne parlasse in presenza di troppe persone, si affrettò a sciogliere l'assemblea, trattenendo Lisco. Si fa chiarire da solo a solo quanto aveva detto alla riunione, e Lisco parla più apertamente e con più coraggio. In segreto si informa anche presso altri e trova conferme: si trattava proprio di Dumnorige che, audacissimo, molto amato dal popolo per la sua generosità, desiderava si verificasse un mutamento politico. Per molti anni aveva ottenuto a basso prezzo i dazi e tutte le altre imposte degli Edui, perché quando era lui a fare un'offerta, nessuno osava presentare una controfferta. Aveva così incrementato il suo patrimonio famigliare e si era procurato ingenti mezzi per le sue largizioni; manteneva a sue spese un gran numero di cavalieri che aveva sempre intorno a sé; la sua influenza non era circoscritta alla propria nazione, ma si estendeva anche presso le nazioni vicine; si era servito del suo potere per far sposare la madre con un illustre e potentissimo personaggio della tribù dei Biturigi, egli stesso aveva preso in moglie una donna degli Elvezi, aveva dato in moglie una sorella da parte di madre ed altre parenti a uomini di altri popoli. Per la parentela acquisita aveva una particolare predilezione per gli Elvezi, odiava persino il nome di Cesare e dei Romani, perché con il loro arrivo era diminuito il suo potere e il fratello Diviziaco aveva riacquistato la primitiva posizione di favore e prestigio. Se i Romani fossero stati sconfitti, nutriva ottime speranze di diventare re con l'aiuto degli Elvezi; sotto il dominio del popolo romano non solo avrebbe perduto la speranza di regnare, ma anche quella di continuare a mantenere l'attuale posizione di prestigio. Approfondendo le indagini, Cesare scopriva che la responsabilità dello sfortunato scontro di cavalleria avvenuto pochi giorni prima andava attribuita a Dumnorige e ai suoi cavalieri il contingente che gli Edui avevano fornito a Cesare era infatti comandato da Dumnorige che con la loro fuga avevano gettato nel panico il resto della cavalleria. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XIX
Quibus rebus cognitis, cum ad has suspiciones certissimae res accederent, quod per fines Sequanorum Helvetios traduxisset, quod obsides inter eos dandos curasset, quod ea omnia non modo iniussu suo et civitatis sed etiam inscientibus ipsis fecisset, quod a magistratu Haeduorum accusaretur, satis esse causae arbitrabatur quare in eum aut ipse animadverteret aut civitatem animadvertere iuberet. His omnibus rebus unum repugnabat, quod Diviciaci fratris summum in populum Romanum studium, summum in se voluntatem, egregiam fidem, iustitiam, temperantiam cognoverat; nam ne eius supplicio Diviciaci animum offenderet verebatur. Itaque prius quam quicquam conaretur, Diviciacum ad se vocari iubet et, cotidianis interpretibus remotis, per C. Valerium Troucillum, principem Galliae provinciae, familiarem suum, cui summam omnium rerum fidem habebat, cum eo conloquitur; simul commonefacit quae ipso praesente in concilio [Gallorum] de Dumnorige sint dicta, et ostendit quae separatim quisque de eo apud se dixerit. Petit atque hortatur ut sine eius offensione animi vel ipse de eo causa cognita statuat vel civitatem statuere iubeat. |
Ricevute queste informazioni, poiché ai sospetti si aggiungevano fatti certissimi: che era intervenuto presso i Sequani per favorire il passaggio degli Elvezi, che aveva curato lo scambio di ostaggi, che non solo aveva agito contro le disposizioni di Cesare e del suo popolo, ma addirittura a loro insaputa, e di questo era accusato dal magistrato degli Edui, ritenne che vi fossero motivi sufficienti per procedere contro Dumnorige personalmente o per imporre alla nazione di farsene carico. Una sola considerazione vi si opponeva: Cesare aveva avuto prova della grande devozione del fratello Diviziaco nei confronti del popolo romano, della sua ottima disposizione verso di lui personalmente, della sua straordinaria fedeltà, giustizia e temperanza e temeva di offendere i suoi sentimenti punendone il fratello. Quindi, prima di fare qualsiasi altro passo, fa convocare Diviziaco e, allontanati gli interpreti di cui era solito servirsi, parlò con lui tramite C. Valerio Trucillo, notabile della provincia di Gallia, suo famigliare, in cui riponeva la massima fiducia. Gli ricorda per prima cosa le allusioni che erano state fatte sul conto di Dumnorige, alla sua presenza, nella riunione dei Galli, e gli rivela quanto separatamente ciascuno gli aveva detto sul suo conto. Lo prega e lo esorta a non risentirsi se egli stesso, esaminati i fatti, emetterà un giudizio sul suo conto o inviterà i suoi concittadini a giudicarlo. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XX
Diviciacus multis cum lacrimis Caesarem complexus obsecrare coepit ne quid gravius in fratrem statueret: scire se illa esse vera, nec quemquam ex eo plus quam se doloris capere, propterea quod, cum ipse gratia plurimum domi atque in reliqua Gallia, ille minimum propter adulescentiam posset, per se crevisset; quibus opibus ac nervis non solum ad minuendam gratiam, sed paene ad perniciem suam uteretur. Sese tamen et amore fraterno et existimatione vulgi commoveri. Quod si quid ei a Caesare gravius accidisset, cum ipse eum locum amicitiae apud eum teneret, neminem existimaturum non sua voluntate factum; qua ex re futurum uti totius Galliae animi a se averterentur. Haec cum pluribus verbis flens a Caesare peteret, Caesar eius dextram prendit; consolatus rogat finem orandi faciat; tanti eius apud se gratiam esse ostendit uti et rei publicae iniuriam et suum dolorem eius voluntati ac precibus condonet. Dumnorigem ad se vocat, fratrem adhibet; quae in eo reprehendat ostendit; quae ipse intellegat, quae civitas queratur proponit; monet ut in reliquum tempus omnes suspiciones vitet; praeterita se Diviciaco fratri condonare dicit. Dumnorigi custodes ponit, ut quae agat, quibuscum loquatur scire possit. |
Diviziaco, in lacrime, abbracciò Cesare e cominciò a supplicarlo di non prendere provvedimenti troppo rigorosi contro suo fratello: sapeva che era tutto vero, ma nessuno poteva provarne maggior dolore di lui che, godendo di grande influenza nel suo paese e nel resto della Gallia quando suo fratello, ancora molto giovane, non ne possedeva alcuna, lo aveva aiutato ad affermarsi; ed ora egli si serviva delle ricchezze e del potere acquisito non solo per indebolire la sua influenza, ma quasi per preparare la sua rovina. Tuttavia, l'amore fraterno e l'opinione pubblica non potevano lasciarlo indifferente. Se, per mano di Cesare, fosse accaduto qualcosa di grave a Dumnorige, dal momento che lui, Diviziaco, gli era tanto amico, nessuno avrebbe creduto alla sua estraneità, e questo. gli avrebbe procurato l'ostilità di tutti i Galli. Mentre, supplicando, continuava a piangere e parlare, Cesare gli prende la mano, consolandolo, lo prega di non aggiungere altro, gli manifesta una così grande considerazione da perdonare per le sue preghiere e secondo il suo desiderio sia l'offesa recata alla Repubblica sia il suo personale risentimento. Convoca Dumnorige alla presenza del fratello, gli espone ciò che ha da rimproverargli, gli contesta ciò che ha scoperto di persona e le denunce dei suoi concittadini, lo ammonisce perché eviti in futuro di dare adito a sospetti; il passato glielo perdona, in grazia di suo fratello Diviziaco. Pone però Dumnorige sotto sorveglianza, per essere informato delle sue azioni e frequentazioni. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXI
Eodem die ab exploratoribus certior factus hostes sub monte consedisse milia passuum ab ipsius castris octo, qualis esset natura montis et qualis in circuitu ascensus qui cognoscerent misit. Renuntiatum est facilem esse. De tertia vigilia T. Labienum, legatum pro praetore, cum duabus legionibus et iis ducibus qui iter cognoverant summum iugum montis ascendere iubet; quid sui consilii sit ostendit. Ipse de quarta vigilia eodem itinere quo hostes ierant ad eos contendit equitatumque omnem ante se mittit. P. Considius, qui rei militaris peritissimus habebatur et in exercitu L. Sullae et postea in M. Crassi fuerat, cum exploratoribus praemittitur. |
Quello stesso giorno, informato dalle squadre di ricognizione che il nemico si era fermato ai piedi di un monte a otto miglia dal suo accampamento, Cesare mandò ad accertare quale fosse la conformazione del monte e se vi fossero lungo il perimetro delle vie di accesso. Gli fu riferito che l'accesso si presentava agevole. Ordina al legato propretore Tito Labieno di occupare la cima del monte movendo, alla terza vigilia, con due legioni e la guida degli esploratori che avevano individuato il percorso, dopo avergli spiegato il suo piano. Alla quarta vigilia, egli stesso si dirige sul nemico, seguendo il suo stesso percorso, distaccando in avanti tutta la cavalleria, preceduta da ricognitori agli ordini di P. Considio, considerato espertissimo nell'arte militare, per aver combattuto nell'esercito di L. Silla e poi in quello di M. Crasso. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXII
Prima luce, cum summus mons a [Lucio] Labieno teneretur, ipse ab hostium castris non longius mille et quingentis passibus abesset neque, ut postea ex captivis comperit, aut ipsius adventus aut Labieni cognitus esset, Considius equo admisso ad eum accurrit, dicit montem, quem a Labieno occupari voluerit, ab hostibus teneri: id se a Gallicis armis atque insignibus cognovisse. Caesar suas copias in proximum collem subducit, aciem instruit. Labienus, ut erat ei praeceptum a Caesare ne proelium committeret, nisi ipsius copiae prope hostium castra visae essent, ut undique uno tempore in hostes impetus fieret, monte occupato nostros expectabat proelioque abstinebat. Multo denique die per exploratores Caesar cognovit et montem a suis teneri et Helvetios castra, movisse et Considium timore perterritum quod non vidisset pro viso sibi renuntiavisse. Eo die quo consuerat intervallo hostes sequitur et milia passuum tria ab eorum castris castra ponit. |
All'alba, mentre Labieno occupava la cima del monte e Cesare stesso si trovava a meno di un miglio e mezzo dal campo nemico e, come si seppe in seguito da alcuni prigionieri, nessuno si era accorto della sua manovra né di quella di Labieno, sopraggiunge a briglia sciolta. Considio dicendo che il monte che Labieno doveva occupare era invece in mano nemica: aveva riconosciuto lui le armi e le insegne dei Galli. Cesare ritirò le sue truppe su un colle vicino e le schierò a battaglia. Labieno, che aveva ricevuto l'ordine di non attaccare finché non avesse visto le truppe di Cesare in prossimità dell'accampamento nemico, che in tal modo sarebbe stato assalito da due parti, dalla sua postazione attendeva i nostri senza muoversi. Soltanto a giorno inoltrato Cesare apprese dai ricognitori che il monte era occupato dai suoi e che Considio, preso dalla paura, gli aveva detto di aver visto ciò che invece non aveva visto affatto. Quel giorno Cesare seguì i nemici mantenendosi alla solita distanza e pose l'accampamento a tre miglia dal loro. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXIII
Postridie eius diei, quod omnino biduum supererat, cum exercitui frumentum metiri oporteret, et quod a Bibracte, oppido Haeduorum longe maximo et copiosissimo, non amplius milibus passuum XVIII aberat, rei frumentariae prospiciendum existimavit; itaque iter ab Helvetiis avertit ac Bibracte ire contendit. Ea res per fugitivos L. Aemilii, decurionis equitum Gallorum, hostibus nuntiatur. Helvetii, seu quod timore perterritos Romanos discedere a se existimarent, eo magis quod pridie superioribus locis occupatis proelium non commisissent, sive eo quod re frumentaria intercludi posse confiderent, commutato consilio atque itinere converso nostros a novissimo agmine insequi ac lacessere coeperunt. |
L'indomani, considerato che mancavano solo due giorni a quello fissato Per la distribuzione di grano all'esercito, e che la città degli Edui, Bibratte, in assoluto la più grande e ricca, distava solo diciotto miglia, Cesare ritenne di dover dare la priorità ai rifornimenti: abbandona l'inseguimento degli Elvizi e ripiega su Bibratte. I nemici vengono informati della manovra da alcuni schiavi fuggitivi che appartenevano a L. Emilio, decurione della cavalleria gallica. Gli Elvezi, o che interpretassero la manovra come una ritirata dei Romani colti da timore, tanto più che il giorno prima, sebbene avessero occupato le alture, non avevano attaccato battaglia, o che contassero realmente di poter impedire i rifornimenti, cambiati i piani ed invertito l'ordine di marcia, si diedero ad inseguire e provocare la nostra retroguardia. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXIV
Postquam id animum advertit, copias suas Caesar in proximum collem subduxit equitatumque, qui sustineret hostium petum, misit. Ipse interim in colle medio triplicem aciem instruxit legionum quattuor veteranarum; in summo iugo duas legiones quas in Gallia citeriore proxime conscripserat et omnia auxilia conlocavit, ita ut supra se totum montem hominibus compleret; impedimenta sarcinasque in unum locum conferri et eum ab iis qui in superiore acie constiterant muniri iussit. Helvetii cum omnibus suis carris secuti impedimenta in unum locum contulerunt; ipsi confertissima acie, reiecto nostro equitatu, phalange facta sub primam nostram aciem successerunt. |
Cesare, come ne venne a conoscenza, fece ritirare le truppe su un colle vicino e mandò la cavalleria a sostenere l'attacco nemico. Nel frattempo schierò su tre ordini, a mezza costa, le quattro legioni di veterani; fece attestare sul crinale le due legioni da poco reclutate nella Gallia Citeriore, con tutti i reparti ausiliari, di modo che, alle sue spalle, tutta l'altura rimanesse occupata; fece confluire le salmerie in un sol luogo e ordinò agli schieramenti attestati in alto di provvedere alla loro difesa. Gli Elvezi, che procedevano con tutti i carriaggi, radunarono in un sol posto i bagagli, poi, respinta in formazione serratissima la nostra cavalleria, fomata la falange, avanzarono contro la nostra prima linea. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XV
Caesar primum suo, deinde omnium ex conspectu remotis equis, ut aequato omnium periculo spem fugae tolleret, cohortatus suos proelium commisit. Milites loco superiore pilis missis facile hostium phalangem perfregerunt. Ea disiecta gladiis destrictis in eos impetum fecerunt. Gallis magno ad pugnam erat impedimento quod pluribus eorum scutis uno ictu pilorum transfixis et conligatis, cum ferrum se inflexisset, neque evellere neque sinistra impedita satis commode pugnare poterant, multi ut diu iactato bracchio praeoptarent scutum manu emittere et nudo corpore pugnare. Tandem vulneribus defessi et pedem referre et, quod mons suberit circiter mille passuum spatio, eo se recipere coeperunt. Capto monte et succedentibus nostris, Boi et Tulingi, qui hominum milibus circiter XV agmen hostium claudebant et novissimis praesidio erant, ex itinere nostros ab latere aperto adgressi circumvenire, et id conspicati Helvetii, qui in montem sese receperant, rursus instare et proelium redintegrare coeperunt. Romani conversa signa bipertito intulerunt: prima et secunda acies, ut victis ac submotis resisteret, tertia, ut venientes sustineret. |
Cesare, fatti allontanare e nascondere i cavalli, e prima degli altri il proprio, affinché, posti tutti allo stesso modo di fronte al pericolo, nessuno pensasse di salvarsi con la fuga, esortati i suoi, diede battaglia. I soldati, lanciando i giavellotti dalla loro posizione soprelevata, frantumarono senza difficoltà la falange nemica. Una volta disunita la falange, sguainate le spade, si lanciarono all'attacco. I Galli, cui il lancio di giavellotti aveva in molti casi trapassato con un sol colpo più scudi, bloccandoli insieme, erano fortemente ostacolati nei movimenti, perché, essendosi ripiegate le punte, era impossibile estrarre i giavellotti e non era certo agevole lottare con la sinistra così impedita, al punto che molti di loro, dopo aver a lungo tentato di liberarsi scuotendo il braccio, preferivano lasciare la presa abbandonando lo scudo, e combattere a corpo nudo. Finché, spossati dalle ferite, cominciarono a ritirarsi, rifugiandosi su un'altura a circa un miglio di distanza. Mentre i nostri incalzavano i nemici che avevano occupato l'altura, i Boi e i Tulingi, circa quindicimila uomini che chiudevano lo schieramento nemico e proteggevano la retroguardia, sopraggiungendo ancora in formazione di marcia, aggirano i nostri assalendoli sul fianco destro. Gli Elvezi che si erano rifugiati sull'altura, visto ciò, tornarono all'assalto rinnovando lo scontro. I Romani, invertita la direzione delle insegne, manovrarono in modo da schierarsi su due fronti, rispondendo all'attacco: il primo e il secondo ordine, a contenere l'assalto di coloro che erano già stati vinti e respinti, il terzo a sostenere l'urto di coloro che sopraggiungevano. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXVI
Ita ancipiti proelio diu atque acriter pugnatum est. Diutius cum sustinere nostrorum impetus non possent, alteri se, ut coeperant, in montem receperunt, alteri ad impedimenta et carros suos se contulerunt. Nam hoc toto proelio, cum ab hora septima ad vesperum pugnatum sit, aversum hostem videre nemo potuit. Ad multam noctem etiam ad impedimenta pugnatum est, propterea quod pro vallo carros obiecerunt et e loco superiore in nostros venientes tela coiciebant et non nulli inter carros rotasque mataras ac tragulas subiciebant nostrosque vulnerabant. Diu cum esset pugnatum, impedimentis castrisque nostri potiti sunt. Ibi Orgetorigis filia atque unus e filiis captus est. Ex eo proelio circiter hominum milia CXXX superfuerunt eaque tota nocte continenter ierunt [nullam partem noctis itinere intermisso]; in fines Lingonum die quarto pervenerunt, cum et propter vulnera militum et propter sepulturam occisorum nostri [triduum morati] eos sequi non potuissent. Caesar ad Lingonas litteras nuntiosque misit, ne eos frumento neve alia re iuvarent: qui si iuvissent, se eodem loco quo Helvetios habiturum. Ipse triduo intermisso cum omnibus copiis eos sequi coepit. |
Così, si combatté su due fronti a lungo e con accanimento. Alla fine, quando non poterono più sostenere l'attacco dei nostri, parte degli Elvezi, come aveva già fatto prima, si mise al sicuro sul monte, parte si ritirò là dove avevano ammassato i bagagli e i carri. A dire il vero, per tutto il tempo della battaglia, durata dall'una del pomeriggio fino al tramonto, nessuno poté vedere un solo nemico in fuga. Nei pressi delle salmerie si lottò addirittura fino a notte inoltrata, perché gli Elvezi avevano disposto i carri come una trincea e dall'alto scagliavano frecce sui nostri che attaccavano. Alcuni, appostati tra i carri e le ruote, lanciavano matare e tragule, colpendo i nostri. Dopo una lunga lotta, i soldati romani si impadronirono dell'accampamento e delle salmerie. Qui vennero catturati la figlia di Orgetorige e uno dei figli. Sopravvissero allo scontro centotrentamila Elvezi e per tutta la notte marciarono ininterrottamente. Senza fermarsi mai neppure nelle notti seguenti, dopo tre giorni giunsero nei territori dei Lingoni. I nostri, invece, sia per curare le ferite riportate dai soldati, sia per dare sepoltura ai morti, si attardarono per tre giorni e non poterono incalzarli. Cesare inviò ai Lingoni una lettera e dei messaggeri per proibir loro di fornire grano o altro agli Elvezi: in caso contrario, li avrebbe trattati alla stessa stregua. Al quarto giorno riprese a inseguire gli Elvezi con tutte le truppe. Ringrazio Tommy per la traduzione inviatami. |
| XXVII
Helvetii omnium rerum inopia adducti legatos de deditione ad eum miserunt. Qui cum eum in itinere convenissent seque ad pedes proiecissent suppliciterque locuti flentes pacem petissent, atque eos in eo loco quo tum essent suum adventum expectare iussisset, paruerunt. Eo postquam Caesar pervenit, obsides, arma, servos qui ad eos perfugissent, poposcit. Dum ea conquiruntur et conferuntur, [nocte intermissa] circiter hominum milia VI eius pagi qui Verbigenus appellatur, sive timore perterriti, ne armis traditis supplicio adficerentur, sive spe salutis inducti, quod in tanta multitudine dediticiorum suam fugam aut occultari aut omnino ignorari posse existimarent, prima nocte e castris Helvetiorum egressi ad Rhenum finesque Germanorum contenderunt. |
Gli Elvezi, cui non era rimasto più nulla, furono costretti a mandare ambasciatori per trattare la resa. Questi incontrarono Cesare mentre era in marcia, gli si gettarono ai piedi piangendo e implorando la pace. Cesare ingiunse loro di fermarsi dove si trovavano e di aspettare il suo arrivo: obbedirono. Appena giunto, chiese che gli venissero consegnati ostaggi, armi, e gli schiavi fuggiti presso di loro. Mentre si cerca e si consegna quanto è stato richiesto, si fa notte. Allora, circa seimila uomini del cantone chiamato Verbigeno, temendo forse di venire uccisi, una volta che avessero consegnato le armi, o sperando di salvarsi, perché credevano che nella massa di coloro che si arrendevano la loro fuga sarebbe passata inosservata, o completamente ignorata, usciti dal campo degli Elvezi nelle prime ore della notte, si diressero verso il Reno e i territori dei Germani. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXVIII
Quod ubi Caesar resciit, quorum per fines ierant his uti conquirerent et reducerent, si sibi purgati esse vellent, imperavit; reductos in hostium numero habuit; reliquos omnes obsidibus, armis, perfugis traditis in deditionem accepit. Helvetios, Tulingos, Latobrigos in fines suos, unde erant profecti, reverti iussit, et, quod omnibus frugibus amissis domi nihil erat quo famem tolerarent, Allobrogibus imperavit ut iis frumenti copiam facerent; ipsos oppida vicosque, quos incenderant, restituere iussit. Id ea maxime ratione fecit, quod noluit eum locum unde Helvetii discesserant vacare, ne propter bonitatem agrorum Germani, qui trans Rhenum incolunt, ex suis finibus in Helvetiorum fines transirent et finitimi Galliae provinciae Allobrogibusque essent. Boios petentibus Haeduis, quod egregia virtute erant cogniti, ut in finibus suis conlocarent, concessit; quibus illi agros dederunt quosque postea in parem iuris libertatisque condicionem atque ipsi erant receperunt. |
Quando Cesare lo venne a sapere, ingiunse ai Popoli di cui avevano attraversato i territori di rintracciarli e ricondurli, se volevano ritenersi giustificati ai suoi occhi. Glieli riportarono ed egli li trattò come nemici, mentre accettò la resa di tutti gli altri, dopo la consegna degli ostaggi, delle armi e degli schiavi. Impose agli Elvezi, Tulingi, Latovici e Rauraci di rientrare nei territori che avevano lasciato, e poiché, perduto l'intero raccolto, non avrebbero avuto in patria nulla di cui sfamarsi, ordinò agli Allobrogi di rifornirli di frumento; avrebbero poi dovuto ricostruire le città e i villaggi che avevano incendiato. Aveva preso questa risoluzione principalmente in base ad una considerazione: non voleva che il territorio dal quale si erano allontanati gli Elvezi restasse disabitato, per evitare che i Germani stanziati al di là del Reno, attratti dalla fertilità dei campi, si trasferissero dalle loro terre in quelle degli Elvezi, venendo a confinare con la provincia di Gallia e con gli Allobrogi. Assecondò la richiesta degli Edui di collocare nei loro territori i Boi, noti per il loro valore, che essi impiegarono dapprima nella coltivazione dei campi e in seguito accolsero con pari condizioni di diritto e di libertà. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXIX
In castris Helvetiorum tabulae repertae sunt litteris Graecis confectae et ad Caesarem relatae, quibus in tabulis nominatim ratio confecta erat, qui numerus domo exisset eorum qui arma ferre possent, et item separatim, quot pueri, senes mulieresque. [Quarum omnium rerum] summa erat capitum Helvetiorum milium CCLXIII, Tulingorum milium XXXVI, Latobrigorum XIIII, Rauracorum XXIII, Boiorum XXXII; ex his qui arma ferre possent ad milia nonaginta duo. Summa omnium fuerunt ad milia CCCLXVIII. Eorum qui domum redierunt censu habito, ut Caesar imperaverat, repertus est numerus milium C et X. |
Nell'accampamento degli Elvezi furono trovate, e vennero consegnate a Cesare, delle tavolette scritte in caratteri greci che contenevano la lista nominativa di tutti gli uomini atti alle armi, tra coloro che avevano Iasciato il paese. In una lista a parte erano elencati vecchi, donne e bambini. Dalla somma dei due elenchi risultavano: 263.000 Elvezi, 36.000 Tulingi, 14.000 Latobici, 23.000 Rauraci, 32.000 Boi; di questi, quelli atti alle armi erano circa 92.000. Il totale ammontava a circa 368.000 anime. Quelli che tornarono in patria, recensiti secondo gli ordini di Cesare, risultarono ammontare a 110.000 anime. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXX
Bello Helvetiorum confecto totius fere Galliae legati, principes civitatum, ad Caesarem gratulatum convenerunt: intellegere sese, tametsi pro veteribus Helvetiorum iniuriis populi Romani ab his poenas bello repetisset, tamen eam rem non minus ex usu [terrae] Galliae quam populi Romani accidisse, propterea quod eo consilio florentissimis rebus domos suas Helvetii reliquissent uti toti Galliae bellum inferrent imperioque potirentur, locumque domicilio ex magna copia deligerent quem ex omni Gallia oportunissimum ac fructuosissimum iudicassent, reliquasque civitates stipendiarias haberent. Petierunt uti sibi concilium totius Galliae in diem certam indicere idque Caesaris facere voluntate liceret: sese habere quasdam res quas ex communi consensu ab eo petere vellent. Ea re permissa diem concilio constituerunt et iure iurando ne quis enuntiaret, nisi quibus communi consilio mandatum esset, inter se sanxerunt. |
Terminata la guerra contro gli Elvezi, ambasciatori provenienti da quasi tutta la Gallia, i più autorevoli cittadini delle varie nazioni, vennero a felicitarsi con Cesare: essi comprendevano che, se con questa guerra erano stati vendicati gli antichi torti subiti dai Romani da parte degli Elvezi, ne derivava anche per la Gallia un vantaggio non minore che per il popolo romano, perché gli Elvezi avevano abbandonato le loro sedi, pur godendo di grandissima prosperità, con l'intento di portare la guerra in tutta la Gallia, di sottometterla, di scegliere tra tutti i territori il più adatto e fertile, per stabilirvisi e rendere tributarie tutte le altre nazioni. Chiesero a Cesare di poter fissare, con il suo consenso, una riunione generale dei Galli: avevano da sottoporgli di comune accordo alcune richieste. Ottenuto il permesso, fissarono la data e si impegnarono reciprocamente, con solenne giuramento, a non fare alcuna dichiarazione senza la preventiva approvazione del consiglio generale. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXXI
Eo concilio dimisso, idem princeps civitatum qui ante fuerant ad Caesarem reverterunt petieruntque uti sibi secreto in occulto de sua omniumque salute cum eo agere liceret. Ea re impetrata sese omnes flentes Caesari ad pedes proiecerunt: non minus se id contendere et laborare ne ea quae dixissent enuntiarentur quam uti ea quae vellent impetrarent, propterea quod, si enuntiatum esset, summum in cruciatum se venturos viderent. Locutus est pro his Diviciacus Haeduus: Galliae totius factiones esse duas; harum alterius principatum tenere Haeduos, alterius Arvernos. Hi cum tantopere de potentatu inter se multos annos contenderent, factum esse uti ab Arvernis Sequanisque Germani mercede arcesserentur. Horum primo circiter milia XV Rhenum transisse; postea quam agros et cultum et copias Gallorum homines feri ac barbari adamassent, traductos plures; nunc esse in Gallia ad C et XX milium numerum. Cum his Haeduos eorumque clientes semel atque iterum armis contendisse; magnam calamitatem pulsos accepisse, omnem nobilitatem, omnem senatum, omnem equitatum amisisse. Quibus proeliis calamitatibusque fractos, qui et sua virtute et populi Romani hospitio atque amicitia plurimum ante in Gallia potuissent, coactos esse Sequanis obsides dare nobilissimos civitatis et iure iurando civitatem obstringere sese neque obsides repetituros neque auxilium a populo Romano imploraturos neque recusaturos quo minus perpetuo sub illorum dicione atque imperio essent. Unum se esse ex omni civitate Haeduorum qui adduci non potuerit ut iuraret aut liberos suos obsides daret. Ob eam rem se ex civitate profugisse et Romam ad senatum venisse auxilium postulatum, quod solus neque iure iurando neque obsidibus teneretur. Sed peius victoribus Sequanis quam Haeduis victis accidisse, propterea quod Ariovistus, rex Germanorum, in eorum finibus consedisset tertiamque partem agri Sequani, qui esset optimus totius Galliae, occupavisset et nunc de altera parte tertia Sequanos decedere iuberet, propterea quod paucis mensibus ante Harudum milia hominum XXIIII ad eum venissent, quibus locus ac sedes pararentur. Futurum esse paucis annis uti omnes ex Galliae finibus pellerentur atque omnes Germani Rhenum transirent; neque enim conferendum esse Gallicum cum Germanorum agro neque hanc consuetudinem victus cum illa comparandam. Ariovistum autem, ut semel Gallorum copias proelio vicerit, quod proelium factum sit ad Magetobrigam, superbe et crudeliter imperare, obsides nobilissimi cuiusque liberos poscere et in eos omnia exempla cruciatusque edere, si qua res non ad nutum aut ad voluntatem eius facta sit. Hominem esse barbarum, iracundum, temerarium: non posse eius imperia, diutius sustineri. Nisi quid in Caesare populoque Romano sit auxilii, omnibus Gallis idem esse faciendum quod Helvetii fecerint, ut domo emigrent, aliud domicilium, alias sedes, remotas a Germanis, petant fortunamque, quaecumque accidat, experiantur. Haec si enuntiata Ariovisto sint, non dubitare quin de omnibus obsidibus qui apud eum sint gravissimum supplicium sumat. Caesarem vel auctoritate sua atque exercitus vel recenti victoria vel nomine populi Romani deterrere posse ne maior multitudo Germanorum Rhenum traducatur, Galliamque omnem ab Ariovisti iniuria posse defendere. |
Sciolta l'assemblea, gli stessi capi delle diverse nazioni, che erano prima convenuti, tornarono da Cesare e chiesero che fosse loro concesso di trattare con lui in segreto questioni riguardanti la propria e comune salvezza. Ottenuto ciò, si gettarono in lacrime ai piedi di Cesare: essi desideravano che il loro colloquio rimanesse segreto non meno di quanto desiderassero e si adoperassero per veder esaudite le loro preghiere, perché se le loro parole fossero state rivelate, sarebbero stati certamente condannati a subire i peggiori supplizi. A nome di tutti prese la parola l'eduo Diviziaco: in tutta la Gallia vi erano due fazioni, capeggiate l'una dagli Edui, l'altra dagli Arverni. Dopo aver portato avanti per molti anni una dura lotta per la supremazia, era accaduto che gli Arverni e i Sequani chiamassero in loro aiuto, come milizie mercenarie, i Germani. In un primo momento ne erano passati al di qua del Reno circa 15.000. Quando però quelle genti barbare e feroci avevano cominciato ad apprezzare le terre, la civiltà e le ricchezze dei Galli, ne erano arrivati molti altri, ed ora in Gallia ve ne erano circa 120.000. Gli Edui ed i loro tributari li avevano affrontati più volte, subendo una disastrosa sconfitta nella quale avevano perduto tutti gli uomini più ragguardevoli, l'intero senato e tutta la cavalleria. Prostrati da quello scontro disastroso, gli Edui, che per il loro valore e per i legami di amicizia ed ospitalità che avevano stretto con il popolo romano, avevano detenuto in Gallia il massimo potere, erano stati costretti a dare in ostaggio ai Sequani i cittadini più nobili e ad impegnare con solenne giuramento la nazione a non chiedere la restituzione degli ostaggi, né implorare l'aiuto del popolo romano, né ribellarsi al loro perpetuo ed assoluto dominio. Lui, Diviziaco, era stato l'unico, di tutto il suo popolo, che non avevano potuto costringere a giurare né a dare in ostaggio i propri figli. Per questo era fuggito dal suo paese e si era recato a Roma per chiedere aiuto al Senato perché solo lui non era vincolato dal giuramento e non aveva consegnato ostaggi. Ma ai Sequani vincitori era toccata una sorte peggiore di quella degli Edui vinti, perché Ariovisto, re dei Germani, si era stabilito nei loro territori, occupando un terzo dei campi, i migliori di tutta la Gallia, ed ora imponeva loro di sgombrarne ancora un terzo, perché pochi mesi prima era stato raggiunto da circa 24.000 Arudi , ai quali voleva procurare terre e dimore. In pochi anni, tutti loro sarebbero stati scacciati dalla Gallia e tutti i Germani avrebbero passato il Reno: non vi era infatti confronto tra le campagne dei Galli e quelle dei Germani, né era paragonabile il loro tenore di vita. Ariovisto, poi, da quando aveva vinto le truppe dei Galli nella battaglia di Magetobriga , esercitava con superbia e crudeltà il potere assoluto, pretendeva in ostaggio i figli dei più nobili cittadini e, per dare un esempio, infieriva contro di loro con i peggiori supplizi, se non si obbediva ad ogni suo minimo cenno. Era un uomo rozzo, violento, temerario, ed essi non riuscivano più a sopportare la sua tirannide. Se Cesare ed il popolo romano non li avessero aiutati, tutti i Galli avrebbero dovuto fare come gli Elvezi: emigrare, cercare altre sedi, altre dimore, lontane dai Germani, tentando la sorte, qualunque cosa accadesse. Non dubitavano che, se le loro parole fossero state riferite ad Ariovisto, egli avrebbe inflitto terribili supplizi agli ostaggi che teneva presso di sé. Cesare, col deterrente della sua autorità e del suo esercito, della recente vittoria, o del nome del popolo romano poteva impedire che continuasse l'afflusso di Germani al di qua del Reno e difendere tutta la Gallia dalla prepotenza di Ariovisto. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXXII
Hac oratione ab Diviciaco habita omnes qui aderant magno fletu auxilium a Caesare petere coeperunt. Animadvertit Caesar unos ex omnibus Sequanos nihil earum rerum facere quas ceteri facerent sed tristes capite demisso terram intueri. Eius rei quae causa esset miratus ex ipsis quaesiit. Nihil Sequani respondere, sed in eadem tristitia taciti permanere. Cum ab his saepius quaereret neque ullam omnino vocem exprimere posset, idem Diviacus Haeduus respondit: hoc esse miseriorem et graviorem fortunam Sequanorum quam reliquorum, quod soli ne in occulto quidem queri neque auxilium implorare auderent absentisque Ariovisti crudelitatem, velut si cora adesset, horrerent, propterea quod reliquis tamen fugae facultas daretur, Sequanis vero, qui intra fines suos Ariovistum recepissent, quorum oppida omnia in potestate eius essent, omnes cruciatus essent perferendi. |
Quando Diviziaco tacque, tutti i presenti, con grandi pianti, cominciarono a chiedere aiuto a Cesare. Cesare notò che, tra tutti, soltanto i Sequani mantenevano un contegno diverso: tristi, a testa bassa, non alzavano lo sguardo da terra. Meravigliato, ne domandò loro il motivo, ma i Sequani, senza rispondere, rimanevano nello stesso atteggiamento di tristezza. Poiché, alle sue insistenti domande continuavano a tacere, rispose per loro l'Eduo Diviziaco: era questa la prova di quanto la sorte dei Sequani fosse più infelice e dura di quella degli altri, poiché nemmeno in segreto osavano implorare aiuto, terrorizzati dalla crudeltà di Ariovisto, tanto da comportarsi, in sua assenza, come se fossero al suo cospetto. Gli altri, infatti, avevano la possibilità di fuggire, mentre i Sequani, che avevano accolto Ariovisto sulle loro terre e gli avevano consegnato tutte le loro città, avrebbero dovuto subire ogni atrocità. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXXIII
His rebus cognitis Caesar Gallorum animos verbis confirmavit pollicitusque est sibi eam rem curae futuram; magnam se habere spem et beneficio suo et auctoritate adductum Ariovistum finem iniuriis facturum. Hac oratione habita, concilium dimisit. Et secundum ea multae res eum hortabantur quare sibi eam rem cogitandam et suscipiendam putaret, in primis quod Haeduos, fratres consanguineosque saepe numero a senatu appellatos, in servitute atque [in] dicione videbat Germanorum teneri eorumque obsides esse apud Ariovistum ac Sequanos intellegebat; quod in tanto imperio populi Romani turpissimum sibi et rei publicae esse arbitrabatur. Paulatim autem Germanos consuescere Rhenum transire et in Galliam magnam eorum multitudinem venire populo Romano periculosum videbat, neque sibi homines feros ac barbaros temperaturos existimabat quin, cum omnem Galliam occupavissent, ut ante Cimbri Teutonique fecissent, in provinciam exirent atque inde in Italiam contenderent [, praesertim cum Sequanos a provincia nostra Rhodanus divideret]; quibus rebus quam maturrime occurrendum putabat. Ipse autem Ariovistus tantos sibi spiritus, tantam arrogantiam sumpserat, ut ferendus non videretur. |
Venuto a conoscenza di questi fatti, Cesare rassicurò i Galli e promise di occuparsi della faccenda. Disse di nutrire buone speranze che Ariovisto, in considerazione dei benefici ricevuti e della sua autorità, avrebbe posto fine alle violenze. Ciò detto, li congedò. C'erano molte altre ragioni che lo spingevano a ritenere che la questione meritasse attenzione ed impegno: innanzi tutto il fatto che vedeva gli Edui, che tanto spesso avevano ricevuto dal senato il titolo di fratelli e consanguinei, ridotti schiavi e sudditi dei Germani, e capiva che avevano ostaggi in mano ad Ariovisto e ai Sequani, la qual cosa tornava a gran disonore suo e dello Stato, considerata la grande potenza del popolo romano. Vedeva poi un pericolo per Roma nel fatto che i Germani avevano preso l'abitudine di passare il Reno e stabilirsi in Gallia in numero sempre crescente e riteneva che quel popolo selvaggio e bellicoso non si sarebbe fermato all'occupazione di tutta la Gallia, ma come già avevano fatto i Cimbri e i Teutoni , avrebbe invaso la provincia e di là si sarebbe diretto in Italia, tanto più che solo il Rodano separa la nostra provincia dal paese dei Sequani. Riteneva per ciò di doversi al più presto occupare della questione. Ariovisto stesso, poi, aveva assunto un atteggiamento così superbo ed arrogante, che non era più tollerabile. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXXIV
Quam ob rem placuit ei ut ad Ariovistum legatos mitteret, qui ab eo postularent uti aliquem locum medium utrisque conloquio deligeret: velle sese de re publica et summis utriusque rebus cum eo agere. Ei legationi Ariovistus respondit: si quid ipsi a Caesare opus esset, sese ad eum venturum fuisse; si quid ille se velit, illum ad se venire oportere. Praeterea se neque sine exercitu in eas partes Galliae venire audere quas Caesar possideret, neque exercitum sine magno commeatu atque molimento in unum locum contrahere posse. Sibi autem mirum videri quid in sua Gallia, quam bello vicisset, aut Caesari aut omnino populo Romano negotii esset. |
Ebbe quindi la compiacenza di mandare ambasciatori ad Ariovisto, per chiedergli di scegliere un luogo a mezza strada per un colloquio tra loro due: voleva trattare con lui affari di stato della massima importanza per entrambi. Agli ambasciatori Ariovisto rispose: se avesse avuto bisogno di chiedere qualcosa a Cesare, si sarebbe recato da lui; se Cesare aveva qualcosa da chiedergli, bisognava che venisse lui a trovarlo. Inoltre, non osava recarsi senza esercito nelle zone della Gallia controllate da Cesare, né poteva radunare l'esercito senza grandi scorte di viveri e notevole impegno. Gli sembrava strano, poi, che Cesare o, più in generale, il popolo romano avessero degli interessi in quella parte della Gallia che gli apparteneva per diritto di conquista. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXXV
His responsis ad Caesarem relatis, iterum ad eum Caesar legatos cum his mandatis mittit: quoniam tanto suo populique Romani beneficio adtectus, cum in consulatu suo rex atque amicus a senatu appellatus esset, hanc sibi populoque Romano gratiam referret ut in conloquium venire invitatus gravaretur neque de communi re dicendum sibi et cognoscendum putaret, haec esse quae ab eo postularet: primum ne quam multitudinem hominum amplius trans Rhenum in Galliam traduceret; deinde obsides quos haberet ab Haeduis redderet Sequanisque permitteret ut quos illi haberent voluntate eius reddere illis liceret; neve Haeduos iniuria lacesseret neve his sociisque eorum bellum inferret. Si [id] ita fecisset, sibi populoque Romano perpetuam gratiam atque amicitiam cum eo futuram; si non impetraret, sese, quoniam M. Messala, M. Pisone consulibus senatus censuisset uti quicumque Galliam provinciam obtineret, quod commodo rei publicae lacere posset, Haeduos ceterosque amicos populi Romani defenderet, se Haeduorum iniurias non neglecturum. |
A questa risposta, Cesare manda di nuovo gli ambasciatori con l'incarico di riferirgli quanto segue: poiché, dopo aver ricevuto da lui e dal popolo romano l'alto beneficio di vedersi riconosciuto dal senato, sotto il suo consolato il titolo di re ed amico, Ariovisto si mostrava, a lui ed al popolo romano, tanto riconoscente da rifiutarsi di accettare l'invito ad un colloquio, né riteneva di dover discutere con lui o conoscere questioni di comune interesse, Cesare gli notificava le seguenti richieste: primo, non facesse più passare in Gallia dalle terre al di là del Reno altre masse di uomini; secondo, restituisse agli Edui gli ostaggi in suo possesso e permettesse ai Sequani di restituire quelli che per suo ordine detenevano; terzo, cessasse di perseguitare contro ogni diritto gli Edui e di muovere guerra a loro e ai loro alleati. Se così avesse agito, avrebbe avuto per sempre il favore e l'amicizia sua e del popolo romano, se non avesse ottenuto quanto chiedeva, Cesare, poiché sotto il consolato di M. Messala e M. Pisone il senato aveva stabilito che chiunque avesse ottenuto il governo della provincia di Gallia era tenuto a difendere, salvi restando gli interessi dello Stato, gli Edui e le altre nazioni amiche del popolo romano, non avrebbe trascurato i torti inflitti agli Edui. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXXVI
Ad haec Ariovistus respondit: ius esse belli ut qui vicissent iis quos vicissent quem ad modum vellent imperarent. Item populum Romanum victis non ad alterius praescriptum, sed ad suum arbitrium imperare consuesse. Si ipse populo Romano non praescriberet quem ad modum suo iure uteretur, non oportere se a populo Romano in suo iure impediri. Haeduos sibi, quoniam belli fortunam temptassent et armis congressi ac superati essent, stipendiarios esse factos. Magnam Caesarem iniuriam facere, qui suo adventu vectigalia sibi deteriora faceret. Haeduis se obsides redditurum non esse neque his neque eorum sociis iniuria bellum inlaturum, si in eo manerent quod convenisset stipendiumque quotannis penderent; si id non fecissent, longe iis fraternum nomen populi Romani afuturum. Quod sibi Caesar denuntiaret se Haeduorum iniurias non neglecturum, neminem secum sine sua pernicie contendisse. Cum vellet, congrederetur: intellecturum quid invicti Germani, exercitatissimi in armis, qui inter annos XIIII tectum non subissent, virtute possent. |
Ariovisto replicò che, secondo le leggi di guerra, il vincitore ha il diritto di dominare i vinti a suo arbitrio, come appunto faceva il popolo romano, che era solito dettar legge ai vinti secondo la propria volontà e non secondo quanto stabilito da altri. Se egli stesso non prescriveva ai Romani in che modo esercitare il loro diritto, non c'era motivo che il popolo romano ostacolasse lui nell'esercizio del proprio. Gli Edui, avendo tentato la sorte in guerra, avendo combattuto ed essendo stati vinti, erano diventati suoi tributari. Era Cesare, piuttosto, che si stava comportando ingiustamente, dal momento che con il suo arrivo era diminuito il gettito delle imposte che gli erano dovute. Non avrebbe reso gli ostaggi agli Edui, e non avrebbe mosso guerra ingiustamente a loro o ai loro alleati, se si fossero attenuti agli accordi e avessero pagato il tributo annuo. Se non lo avessero fatto, a nulla sarebbe loro servito l'essere stati chiamati fratelli dal popolo romano. Quanto poi all'avvertimento di Cesare, che non avrebbe trascurato i torti inflitti agli Edui, rispondeva che nessuno si era battuto con lui senza subire una sconfitta. Lo attaccasse pure, quando voleva: si sarebbe reso conto del valore dei Germani, che non erano mai stati vinti, si tenevano in costante esercizio, e da quattordici anni non si riparavano sotto un tetto. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXXVII
Haec eodem tempore Caesari mandata referebantur et legati ab Haeduis et a Treveris veniebant: Haedui questum quod Harudes, qui nuper in Galliam transportati essent, fines eorum popularentur: sese ne obsidibus quidem datis pacem Ariovisti redimere potuisse; Treveri autem, pagos centum Sueborum ad ripas Rheni consedisse, qui Rhemum transire conarentur; his praeesse Nasuam et Cimberium fratres. Quibus rebus Caesar vehementer commotus maturandum sibi existimavit, ne, si nova manus Sueborum cum veteribus copiis Ariovisti sese coniunxisset, minus facile resisti posset. Itaque re frumentaria quam celerrime potuit comparata magnis itineribus ad Ariovistum contendit. |
Mentre queste risposte venivano riferite a Cesare, sopraggiungevano ambascerie da parte degli Edui e dei Treviri; gli Edui per lamentare le devastazioni compiute dagli Arudi, da poco passati in Gallia, e che nemmeno la consegna degli ostaggi aveva loro assicurato la pace con Ariovisto; i Treviri per informare che cento clan di Svevi si erano ammassati sulle rive del Reno con l'intenzione di attraversarlo ed erano guidati dai fratelli Nasua e Cimberio. Cesare, allarmato da queste notizie, decise di non attendere oltre, per evitare che, se le nuove truppe degli Svevi si fossero unite alle precedenti forze di Ariovisto, la resistenza presentasse maggiori difficoltà. Quindi, rifornito di viveri l'esercito nel minor tempo possibile, mosse a marce forzate contro Ariovisto. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXXVIII
Cum tridui viam processisset, nuntiatum est ei Ariovistum cum suis omnibus copiis ad occupandum Vesontionem, quod est oppidum maximum Sequanorum, contendere [triduique viam a suis finibus processisse]. Id ne accideret, magnopere sibi praecavendum Caesar existimabat. Namque omnium rerum quae ad bellum usui erant summa erat in eo oppido facultas, idque natura loci sic muniebatur ut magnam ad ducendum bellum daret facultatem, propterea quod flumen [alduas] Dubis ut circino circumductum paene totum oppidum cingit, reliquum spatium, quod est non amplius pedum MDC, qua flumen intermittit, mons continet magna altitudine, ita ut radices eius montis ex utraque parte ripae fluminis contingant, hunc murus circumdatus arcem efficit et cum oppido coniungit. Huc Caesar magnis nocturnis diurnisque itineribus contendit occupatoque oppido ibi praesidium conlocat. |
Era in marcia da tre giorni, quando gli fu riferito che Ariovisto si stava dirigendo con tutte le sue truppe ad occupare Vesonzio a città più grande dei Sequani, e che anche lui si era messo in marcia da tre giorni. Cesare riteneva la manovra di Ariovisto estremamente pericolosa, e da impedire ad ogni costo. La città era infatti provvista di tutti i mezzi necessari a condurre una guerra e, per la sua posizione naturale, era difesa in modo da poter resistere a lungo, perché il fiume Dubis, come se il suo corso fosse stato tracciato con il compasso, circonda quasi tutta la città; nella parte dove non scorre il fiume, per non più di milleseicento piedi sorge un monte molto elevato, la cui base è lambita dal fiume da entrambe le parti. Un muro, condotto tutto intorno, trasforma il monte in una roccaforte, e la congiunge alla città. Qui si dirige Cesare a marce forzate, di giorno e di notte e, occupata la città, vi colloca un presidio. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XXXIX
Dum paucos dies ad Vesontionem rei frumentariae commeatusque causa moratur, ex percontatione nostrorum vocibusque Gallorum ac mercatorum, qui ingenti magnitudine corporum Germanos, incredibili virtute atque exercitatione in armis esse praedicabant (saepe numero sese cum his congressos ne vultum quidem atque aciem oculorum dicebant ferre potuisse), tantus subito timor omnem exercitum occupavit ut non mediocriter omnium mentes animosque perturbaret. Hic primum ortus est a tribunis militum, praefectis, reliquisque qui ex urbe amicitiae causa Caesarem secuti non magnum in re militari usum habebant: quorum alius alia causa inlata, quam sibi ad proficiscendum necessariam esse diceret, petebat ut eius voluntate discedere liceret; non nulli pudore adducti, ut timoris suspicionem vitarent, remanebant. Hi neque vultum fingere neque interdum lacrimas tenere poterant: abditi in tabernaculis aut suum fatum querebantur aut cum familiaribus suis commune periculum miserabantur. Vulgo totis castris testamenta obsignabantur. Horum vocibus ac timore paulatim etiam ii qui magnum in castris usum habebant, milites centurionesque quique equitatui praeerant, perturbabantur. Qui se ex his minus timidos existimari volebant, non se hostem vereri, sed angustias itineris et magnitudinem silvarum quae intercederent inter ipsos atque Ariovistum, aut rem frumentariam, ut satis commode supportari posset, timere dicebant. Non nulli etiam Caesari nuntiabant, cum castra moveri ac signa ferri iussisset, non fore dicto audientes milites neque propter timorem signa laturos. |
Mentre Cesare si tratteneva pochi giorni a Vesonzio per provvedere al vettovagliamento dell'esercito, per le chiacchiere dei Galli e dei mercanti che, insistentemente interrogati dai nostri, andavano raccontando come i Germani fossero eccezionali guerrieri di incredibile coraggio, dalla corporatura gigantesca dicevano che spesso, essendosi scontrati con loro, non erano riusciti neppure a sostenerne lo sguardo un improvviso timore si impadronì a tal punto dell'esercito, da turbare profondamente le menti e l'animo di tutti. I primi a manifestare questo sentimento erano stati i tribuni, i prefetti e quanti, avendo seguito Cesare da Roma per motivi di amicizia, non avevano una grande esperienza della vita militare. Molti di loro, chi con una scusa, chi con un'altra, dicevano di essere costretti a partire, e chiedevano di allontanarsi con il suo consenso; altri rimanevano perché non si pensasse di loro che fossero dei codardi. Non riuscivano tuttavia ad assumere un'espressione convincente e talvolta nemmeno a trattenere le lacrime; nascosti nelle tende si lamentavano del loro triste destino o si commiseravano a vicenda per il comune pericolo. In tutto l'accampamento non si faceva che firmare testamenti. Un po' alla volta le loro chiacchiere e la loro paura finirono col contagiare anche coloro che avevano una lunga esperienza di vita militare: soldati, centurioni, comandanti della cavalleria. Quelli che volevano sembrare meno impauriti dicevano che non erano i nemici a preoccuparli, quanto piuttosto le strade, così strette, e la vastità delle foreste che si estendevano tra loro e Ariovisto, oppure le difficoltà di trasporto delle vettovaglie. C'era anche qualcuno che riferiva a Cesare che, nel momento in cui avesse ordinato di levare le tende e portare avanti le insegne, i soldati non avrebbero obbedito né, per timore, si sarebbero disposti in ordine di marcia. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XL
Haec cum animadvertisset, convocato consilio omniumque ordinum ad id consilium adhibitis centurionibus, vehementer eos incusavit: primum, quod aut quam in partem aut quo consilio ducerentur sibi quaerendum aut cogitandum putarent. Ariovistum se consule cupidissime populi Romani amicitiam adpetisse; cur hunc tam temere quisquam ab officio discessurum iudicaret? Sibi quidem persuaderi cognitis suis poslulatis atque aequitate condicionum perspecta eum neque suam neque populi Romani gratiam repudiaturum. Quod si furore atque amentia impulsum bellum intulisset, quid tandem vererentur? Aut cur de sua virtute aut de ipsius diligentia desperarent? Factum eius hostis periculum patrum nostrorum memoria Cimbris et Teutonis a C. Mario pulsis [cum non minorem laudem exercitus quam ipse imperator meritus videbatur]; factum etiam nuper in Italia servili tumultu, quos tamen aliquid usus ac disciplina, quam a nobis accepissent, sublevarint. Ex quo iudicari posse quantum haberet in se boni constantia, propterea quod quos aliquam diu inermes sine causa timuissent hos postea armatos ac victores superassent. Denique hos esse eosdem Germanos quibuscum saepe numero Helvetii congressi non solum in suis sed etiam in illorum finibus plerumque superarint, qui tamen pares esse nostro exercitui non potuerint. Si quos adversum proelium et fuga Gallorum commoveret, hos, si quaererent, reperire posse diuturnitate belli defatigatis Gallis Ariovistum, cum multos menses castris se ac paludibus tenuisset neque sui potestatem fecisset, desperantes iam de pugna et dispersos subito adortum magis ratione et consilio quam virtute vicisse. Cui rationi contra homines barbaros atque imperitos locus fuisset, hac ne ipsum quidem sperare nostros exercitus capi posse. Qui suum timorem in rei frumentariae simulationem angustiasque itineris conferrent, facere arroganter, cum aut de officio imperatoris desperare aut praescribere viderentur. Haec sibi esse curae; frumentum Sequanos, Leucos, Lingones subministrare, iamque esse in agris frumenta matura; de itinere ipsos brevi tempore iudicaturos. Quod non fore dicto audientes neque signa laturi dicantur, nihil se ea re commoveri: scire enim, quibuscumque exercitus dicto audiens non fuerit, aut male re gesta fortunam defuisse aut aliquo facinore comperto avaritiam esse convictam. Suam innocentiam perpetua vita, felicitatem Helvetiorum bello esse perspectam. Itaque se quod in longiorem diem conlaturus fuisset repraesentaturum et proxima nocte de quarta, vigilia castra moturum, ut quam primum intellegere posset utrum apud eos pudor atque officium an timor plus valeret. Quod si praeterea nemo sequatur, tamen se cum sola decima legione iturum, de qua non dubitet, sibique eam praetoriam cohortem futuram. Huic legioni Caesar et indulserat praecipue et propter virtutem confidebat maxime. |
Resosi conto di questi fatti, Cesare convocò il consiglio di guerra, compresi i centurioni di ogni ordine 72, e li rimproverò aspramente, principalmente perché avevano ritenuto fosse di loro competenza indagare e far congetture sugli obiettivi e le strategie del comando. Durante il suo anno di consolato, Ariovisto si era mostrato estremamente interessato a stabilire rapporti di amicizia con il popolo romano: quali elementi di giudizio portavano a ritenere che, in maniera così avventata, sarebbe venuto meno ai suoi impegni? Egli era convinto che, messo a conoscenza delle sue richieste e riconosciuta l'equità delle sue condizioni, Ariovisto non avrebbe respinto l'appoggio suo e del popolo romano. E anche se fosse stato così pazzo da muovere guerra, in un accesso di follia, che cosa avevano da temere? Perché non riponevano fiducia nel proprio valore e nella sua competenza? Era già stato affrontato il pericolo di quei nemici, al tempo dei padri, quando respinti i Cimbri e i Teutoni da Gaio Mario, l'esercíto apparve non meno meritevole di lode del suo comandante; e ancora di recente, in Italia, si era affrontato il pericolo della rivolta degli schiavi, che si avvalevano inoltre della pratica e della disciplina apprese da noi. Proprio da quest'esempio si poteva giudicare quanto avesse in sé di vantaggioso la costanza, perché quelli che a lungo e senza motivo essi avevano temuto, benché inermi, li avevano sconfitti, armati e vincitori. E infine, costoro erano gli stessi con i quali gli Elvezi si erano scontrati e che avevano spesso sconfitto, non solo nei propri territori, ma anche nei loro, gli stessi Elvezi che non erano riusciti a fronteggiare il nostro esercito. Se qualcuno era rimasto colpito dal fatto che i Galli erano stati da loro sconfitti e messi in fuga, se si fosse informato, avrebbe saputo che Ariovisto, essendo rimasto per molti mesi accampato con i suoi nelle paludi senza dar mai battaglia, aveva logorato i Galli con una guerra di attesa, assalendoli poi all'improvviso, quando non se lo aspettavano più ed erano ormai dispersi: li aveva vinti più con una calcolata astuzia che con il valore 74. E se un tale calcolo aveva avuto successo contro barbari inesperti, nemmeno Ariovisto avrebbe potuto pensare che il nostro esercito ne rimanesse ingannato. Coloro che manifestavano il proprio timore fingendo di essere preoccupati per i rifornimenti e per la strada, peccavano di arroganza, perché ciò significava o che non avevano fiducia nella capacità del generale o che gli volevano insegnare il da farsi. Provvedere a queste cose era compito suo: i Sequani, i Leuci Lingoni dovevano fornire il frumento, e ormai le messi, sui campi, erano mature; quanto al cammino, avrebbero giudicato loro stessi tra breve. Di quanto si diceva sul possibile rifiuto dei soldati di obbedire all'ordine di levare il campo e disporsi sotto le insegne, non se ne preoccupava minimamente: sapeva bene che un esercito rifiuta di obbedire solo agli ordini di un comandante cui la cattiva gestione della guerra abbia impedito il successo o che la scoperta di un illecito abbia rivelato avido. L'intera sua vita testimoniava la sua integrità, la guerra contro gli Elvezi il suo successo. Per ciò avrebbe anticipato l'esecuzione di un ordine che si era riservato di impartire più tardi, e avrebbe mosso il campo la notte seguente alla quarta vigilia 76, per verificare al più presto se la loro vergogna e il loro senso del dovere fossero tali da prevalere sulla paura. Se poi nessuno lo avesse seguito, si sarebbe mosso lui solo con la x legione, sulla quale non nutriva dubbi, e che sarebbe stata la sua coorte pretoria 77. Cesare aveva una particolare inclinazione nei confronti di questa legione e, per il suo valore, riponeva in essa la massima fiducia. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XLI
Hac oratione habita mirum in modum conversae sunt omnium mentes summaque alacritas et cupiditas belli gerendi innata est, princepsque X. legio per tribunos militum ei gratias egit quod de se optimum iudicium fecisset, seque esse ad bellum gerendum paratissimam confirmavit. Deinde reliquae legiones cum tribunis militum et primorum ordinum centurionibus egerunt uti Caesari satis facerent: se neque umquam dubitasse neque timuisse neque de summa belli suum iudicium sed imperatoris esse existimavisse. Eorum satisfactione accepta et itinere exquisito per Diviciacum, quod ex Gallis ei maximam fidem habebat, ut milium amplius quinquaginta circuitu locis apertis exercitum duceret, de quarta vigilia, ut dixerat, profectus est. Septimo die, cum iter non intermitteret, ab exploratoribus certior factus est Ariovisti copias a nostris milia passuum IIII et XX abesse. |
Questo discorso ebbe il potere di mutare in maniera sorprendente lo stato d'animo di ciascuno, infondendo un grandissimo desiderio di agire e di misurarsi in battaglia. La X legione, per prima, ringraziò Cesare per mezzo dei tribuni militari dell'ottimo giudizio espresso nei suoi confronti, e confermò di essere prontissima a combattere. Poi le altre legioni, con i tribuni militari ed i centurioni dei primi ordini, si fecero avanti per scusarsi con Cesare: non avevano mai avuto dubbi né timori, né avevano mai pensato di attribuirsi il compito di decidere delle strategie di guerra al posto del loro generale. Accettate le loro scuse e informatosi per mezzo di Diviziaco, il solo tra tutti che avesse la sua completa fiducia, sulla strada da prendere per condurre l'esercito attraverso luoghi aperti senza compiere una deviazione di, più di cinquanta miglia, alla quarta vigilia, come aveva preannunciato, partì. Dopo aver marciato ininterrottamente per sei giorni, al settimo le squadre di ricognizione gli riferirono che le truppe di Ariovisto erano a ventiquattro miglia di distanza. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XLII
Cognito Caesaris adventu Ariovistus legatos ad eum mittit: quod antea de conloquio postulasset, id per se fieri licere, quoniam propius accessisset seque id sine periculo facere posse existimaret. Non respuit condicionem Caesar iamque eum ad sanitatem reverti arbitrabatur, cum id quod antea petenti denegasset ultro polliceretur, magnamque in spem veniebat pro suis tantis populique Romani in eum beneficiis cognitis suis postulatis fore uti pertinacia desisteret. Dies conloquio dictus est ex eo die quintus. Interim saepe cum legati ultro citroque inter eos mitterentur, Ariovistus postulavit ne quem peditem ad conloquium Caesar adduceret: vereri se ne per insidias ab eo circumveniretur; uterque cum equitatu veniret: alia ratione sese non esse venturum. Caesar, quod neque conloquium interposita causa tolli volebat neque salutem suam Gallorum equitatui committere audebat, commodissimum esse statuit omnibus equis Gallis equitibus detractis eo legionarios milites legionis X., cui quam maxime confidebat, imponere, ut praesidium quam amicissimum, si quid opus facto esset, haberet. Quod cum fieret, non inridicule quidam ex militibus X. legionis dixit: plus quam pollicitus esset Caesarem facere; pollicitum se in cohortis praetoriae loco X. legionem habiturum ad equum rescribere. |
Ariovisto, informato dell'arrivo di Cesare, manda degli ambasciatori per comunicare il proprio consenso a tenere ora quel colloquio al quale era stato precedentemente invitato: si sentiva adesso più sicuro, dal momento che Cesare si era avvicinato. Cesare non rifiuta la proposta, pensando che fosse rinsavito, poiché spontaneamente richiedeva quanto prima aveva rifiutato, mentre rinasceva in lui la speranza che Ariovisto, in considerazione dei tanti benefici ottenuti da lui e dal popolo romano, venuto a conoscenza delle sue richieste, avrebbe abbandonato la sua ostinazione. Il colloquio fu fissato da lì a cinque giorni. In questo lasso di tempo, in un frequente scambio di ambascerie da ambedue le parti, Ariovisto chiese che Cesare non si recasse al colloquio scortato dalla fanteria, perché temeva che gli venisse tesa una trappola: ambedue vi si sarebbero recati accompagnati dalla sola cavalleria, altrimenti non si sarebbe presentato. Cesare non voleva che il colloquio venisse annullato con un pretesto, ma non osava nemmeno affidare la propria incolumità alla cavalleria gallica. Stabilì quindi che la cosa più conveniente sarebbe stata sostituire i cavalieri gallici con i legionari della X legione, che avevano tutta la sua fiducia, facendoli montare a cavallo. Mentre si svolgeva l'operazione, un soldato della X legione, se ne uscì con una battuta di spirito, dicendo che Cesare stava facendo per loro molto di più di quanto aveva promesso: aveva detto che li avrebbe presi come sua coorte pretoria ed ora li passava addirittura nella classe dei cavalieri. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XLIII
Planities erat magna et in ea tumulus terrenus satis grandis. Hic locus aequum fere spatium a castris Ariovisti et Caesaris aberat. Eo, ut erat dictum, ad conloquium venerunt. Legionem Caesar, quam equis devexerat, passibus CC ab eo tumulo constituit. Item equites Ariovisti pari intervallo constiterunt. Ariovistus ex equis ut conloquerentur et praeter se denos ad conloquium adducerent postulavit. Ubi eo ventum est, Caesar initio orationis sua senatusque in eum beneficia commemoravit, quod rex appellatus esset a senatu, quod amicus, quod munera amplissime missa; quam rem et paucis contigisse et pro magnis hominum officiis consuesse tribui docebat; illum, cum neque aditum neque causam postulandi iustam haberet, beneficio ac liberalitate sua ac senatus ea praemia consecutum. Docebat etiam quam veteres quamque iustae causae necessitudinis ipsis cum Haeduis intercederent, quae senatus consulta quotiens quamque honorifica in eos facta essent, ut omni tempore totius Galliae principatum Haedui tenuissent, prius etiam quam nostram amicitiam adpetissent. Populi Romani hanc esse consuetudinem, ut socios atque amicos non modo sui nihil deperdere, sed gratia, dignitate, honore auctiores velit esse; quod vero ad amicitiam populi Romani attulissent, id iis eripi quis pati posset? Postulavit deinde eadem quae legatis in mandatis dederat: ne aut Haeduis aut eorum sociis bellum inferret, obsides redderet, si nullam partem Germanorum domum remittere posset, at ne quos amplius Rhenum transire pateretur. |
Vi era una grande pianura con un tumulo di terra abbastanza elevato, posto pressappoco ad eguale distanza dai due accampamenti. Qui si trovarono a colloquio, secondo gli accordi. Cesare fece fermare i legionari a cavallo a duecento passi dal tumulo, i cavalieri di Ariovisto si fermarono alla stessa distanza. Ariovisto chiese che il colloquio si svolgesse senza scendere da cavallo, ciascuno con una scorta di dieci uomini. Giunti sul posto, Cesare iniziò a parlare ricordando i benefici concessi ad Ariovisto da lui e dal senato, come gli fosse stato riconosciuto dal senato il titolo di re e di amico, come gli fossero stati inviati ricchi doni, cose che, gli spiega, era loro costume concedere soltanto a pochi, e per grandi meriti acquisiti, mentre lui, senza avere titoli né motivo di pretenderli, aveva conseguito tali privilegi grazie al favore e alla liberalità sue e del senato. Spiegava anche quanto antichi e giustificati fossero i motivi dell'amicizia che intercorreva tra Romani e Edui, quali e quante delibere del senato fossero state fatte in merito e quanto onorevoli, come da sempre gli Edui avessero avuto il predominio in Gallia, anche prima di ricercare la nostra amicizia. Era consuetudine del popolo romano volere che i propri alleati ed amici non solo mantenessero integri i propri averi, ma crescessero in favore, dignità e onore; chi avrebbe potuto quindi tollerare che fosse loro strappato ciò che avevano messo sotto la protezione del popolo romano? Rinnovò quindi le richieste delle quali erano stati latori gli ambasciatori: non portasse guerra agli Edui né ai loro alleati, rendesse gli ostaggi, e se non poteva rimandare in patria una parte dei Germani, almeno non permettesse che altri traversassero il Reno. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XLIV
Ariovistus ad postulata Caesaris pauca respondit, de suis virtutibus multa praedicavit: transisse Rhenum sese non sua sponte, sed rogatum et arcessitum a Gallis; non sine magna spe magnisque praemiis domum propinquosque reliquisse; sedes habere in Gallia ab ipsis concessas, obsides ipsorum voluntate datos; stipendium capere iure belli, quod victores victis imponere consuerint. Non sese Gallis sed Gallos sibi bellum intulisse: omnes Galliae civitates ad se oppugnandum venisse ac contra se castra habuisse; eas omnes copias a se uno proelio pulsas ac superatas esse. Si iterum experiri velint, se iterum paratum esse decertare; si pace uti velint, iniquum esse de stipendio recusare, quod sua voluntate ad id tempus pependerint. Amicitiam populi Romani sibi ornamento et praesidio, non detrimento esse oportere, atque se hac spe petisse. Si per populum Romanum stipendium remittatur et dediticii subtrahantur, non minus libenter sese recusaturum populi Romani amicitiam quam adpetierit. Quod multitudinem Germanorum in Galliam traducat, id se sui muniendi, non Galliae oppugnandae causa facere; eius rei testimonium esse quod nisi rogatus non venerit et quod bellum non intulerit sed defenderit. Se prius in Galliam venisse quam populum Romanum. Numquam ante hoc tempus exercitum populi Romani Galliae provinciae finibus egressum. Quid sibi vellet? Cur in suas possessiones veniret? Provinciam suam hanc esse Galliam, sicut illam nostram. Ut ipsi concedi non oporteret, si in nostros fines impetum faceret, sic item nos esse iniquos, quod in suo iure se interpellaremus. Quod fratres a senatu Haeduos appellatos diceret, non se tam barbarum neque tam imperitum esse rerum ut non sciret neque bello Allobrogum proximo Haeduos Romanis auxilium tulisse neque ipsos in iis contentionibus quas Haedui secum et cum Sequanis habuissent auxilio populi Romani usos esse. Debere se suspicari simulata Caesarem amicitia, quod exercitum in Gallia habeat, sui opprimendi causa habere. Qui nisi decedat atque exercitum deducat ex his regionibus, sese illum non pro amico sed pro hoste habiturum. Quod si eum interfecerit, multis sese nobilibus principibusque populi Romani gratum esse facturum (id se ab ipsis per eorum nuntios compertum habere), quorum omnium gratiam atque amicitiam eius morte redimere posset. Quod si decessisset et liberam possessionem Galliae sibi tradidisset, magno se illum praemio remuneraturum et quaecumque bella geri vellet sine ullo eius labore et periculo confecturum. |
Alle richieste di Cesare, Ariovisto rispose brevemente, parlò invece a lungo dei propri meriti: non aveva attraversato il Reno di sua iniziativa, ma per l'insistente invito dei Galli; aveva lasciato la patria e i congiunti contando di ottenere grandi ricompense; occupava in Gallia le sedi che gli erano state concesse dai Galli stessi e deteneva gli ostaggi che spontaneamente gli avevano consegnato; riscuoteva, per diritto di guerra, i tributi che i vincitori impongono ai vinti. Non era stato lui ad attaccare i Galli, ma i Galli avevano attaccato lui: tutte le nazioni galliche si erano levate contro di lui ed erano scese in campo, e lui, in un solo scontro, le aveva respinte e sconfitte. Se volevano tentare di nuovo, era pronto ad affrontarli; se volevano la pace, non era giusto che si rifiutassero di versare tributo che fino a quel momento avevano volontariamente pagato. L'amicizia del popolo romano doveva tornare a suo onore e sostegno, non a suo danno, ed era in questa prospettiva che l'aveva ricercata. Se per intervento del popolo romano doveva perdere tributi e sudditi, a quell'amicizia avrebbe rinunciato volentieri come volentieri l'aveva richiesta. Se faceva passare in Gallia tanti Germani, era per sua difesa, non per far guerra alla Gallia. Ne era prova il fatto che non sarebbe passato in quelle terre se non fosse chiamato e che non aveva attaccato per primo, ma si era difeso. Era arrivato in Gallia prima del popolo romano, e mai, prima di quel momento, l'esercito romano era uscito dai confini della provincia. Che cosa volevano da lui, perché venivano nei suoi possedimenti? Quella parte di Gallia era la sua provincia, come l'altra era la nostra. Così come era giusto che noi non gli permettessimo di invadere il nostro territorio, allo stesso modo eravamo in torto se lo ostacolavamo nell'esercizio dei suoi diritti. Se, come diceva Cesare, gli Edui avevano ricevuto dal senato il titolo di fratelli, lui non era tanto barbaro né così poco informato da non sapere che, nella recente guerra contro gli Allobrogi, gli Edui non avevano i Romani, cosi come non si erano serviti dell'aiuto dei Romani nella contesa contro di lui e i Sequani. Doveva quindi sospettare che Cesare, con il pretesto di quell'amicizia, tenesse un esercito in Gallia solo per gettarlo contro di lui. Se Cesare non avesse lasciato il paese e non avesse ritirato l'esercito, egli lo avrebbe considerato non un amico, ma un nemico. E se lo avesse ucciso, avrebbe reso un grande servigio a molti nobili e primi cittadini Romani - glielo avevano fatto sapere proprio loro, tramite messaggeri - e con la sua morte poteva conquistarsi la loro benevolenza ed amicizia. Se poi Cesare se ne fosse andato e gli avesse lasciato il libero possesso della Gallia, lo avrebbe ricompensato ampiamente ed avrebbe condotto per lui qualsiasi guerra avesse voluto intraprendere, evitandogli fatiche e pericoli. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XLV
Multa a Caesare in eam sententiam dicta sunt quare negotio desistere non posset: neque suam neque populi Romani consuetudinem pati ut optime meritos socios desereret, neque se iudicare Galliam potius esse Ariovisti quam populi Romani. Bello superatos esse Arvernos et Rutenos a Q. Fabio Maximo, quibus populus Romanus ignovisset neque in provinciam redegisset neque stipendium posuisset. Quod si antiquissimum quodque tempus spectari oporteret, populi Romani iustissimum esse in Gallia imperium; si iudicium senatus observari oporteret, liberam debere esse Galliam, quam bello victam suis legibus uti voluisset. |
Cesare spiegò ampiamente ad Ariovisto i motivi che gli impedivano di disinteressarsi della questione: non era nelle sue abitudini né in quelle del popolo romano consentire ad abbandonare alleati così ben meritevoli, né egli riteneva che la Gallia spettasse ad Ariovisto più che al popolo romano. Quando Arverni e Ruteni erano stati vinti in guerra da Quinto Fabio Massimo, il popolo romano li aveva perdonati, senza ridurli a provincia e senza imporre tributi. Quindi, secondo il criterio della priorità cronologica, il predominio romano in Gallia sarebbe stato il più legittimo, mentre secondo il rispetto dovuto alla delibera del senato, la Gallia doveva rimanere libera, perché, pur essendo stata vinta da Roma, il senato aveva voluto che conservasse le sue leggi. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XLVI
Dum haec in conloquio geruntur, Caesari nuntiatum est equites Ariovisti propius tumulum accedere et ad nostros adequitare, lapides telaque in nostros coicere. Caesar loquendi finem fecit seque ad suos recepit suisque imperavit ne quod omnino telum in hostes reicerent. Nam etsi sine ullo periculo legionis delectae cum equitatu proelium fore videbat, tamen committendum non putabat ut, pulsis hostibus, dici posset eos ab se per fidem in conloquio circumventos. Postea quam in vulgus militum elatum est qua arrogantia in conloquio Ariovistus usus omni Gallia Romanis interdixisset, impetumque in nostros eius equites fecissent, eaque res conloquium ut diremisset, multo maior alacritas studiumque pugnandi maius exercitui iniectum est. |
Dalla pianura, dal punto in cui cominciava la salita, le mura della città distavano in linea retta, se non vi fosse stato alcun anfratto, milleduecento passi, ma i tornanti che erano stati aggiunti per rendere meno ripida la salita rendevano più lungo il cammino. Quasi a mezza altezza i Galli avevano costruito un muro di grossi massi di circa sei piedi d'altezza, che seguiva il fianco della collina secondo l'andamento del terreno, per frenare l'assalto dei nostri e, lasciando interamente sgombra la parte inferiore del terreno, avevano concentrato tutti gli accampamenti nella parte superiore del colle, fino alle mura della città. I soldati, dato il segnale, giungono rapidamente a questa fortificazione e, superatala, si impadroniscono di tre accampamenti. La loro azione fu così rapida che Teutomaro, re dei Nitiobrogi, sorpreso all'improvviso nella sua tenda durante il riposo pomeridiano, a torso nudo e col cavallo ferito, riuscì a stento a sfuggire dalle mani dei soldati intenti a far bottino. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XLVII
Biduo post Ariovistus ad Caesarem legatos misit: velle se de iis rebus quae inter eos egi coeptae neque perfectae essent agere cum eo: uti aut iterum conloquio diem constitueret aut, si id minus vellet, ex suis legatis aliquem ad se mitteret. Conloquendi Caesari causa visa non est, et eo magis quod pridie eius diei Germani retineri non potuerant quin tela in nostros coicerent. Legatum ex suis sese magno cum periculo ad eum missurum et hominibus feris obiecturum existimabat. Commodissimum visum est C. Valerium Procillum, C. Valerii Caburi filium, summa virtute et humanitate adulescentem, cuius pater a C. Valerio Flacco civitate donatus erat, et propter fidem et propter linguae Gallicae scientiam, qua multa iam Ariovistus longinqua consuetudine utebatur, et quod in eo peccandi Germanis causa non esset, ad eum mittere, et una M. Metium, qui hospitio Ariovisti utebatur. His mandavit quae diceret Ariovistus cognoscerent et ad se referrent. Quos cum apud se in castris Ariovistus conspexisset, exercitu suo praesente conclamavit: quid ad se venirent? an speculandi causa? Conantes dicere prohibuit et in catenas coniecit. |
Raggiunto lo scopo, Cesare fece suonare la ritirata, e subito la X legione, con la quale si trovava, arrestò le insegne. I soldati delle altre legioni, sebbene non avessero udito il suono della tromba, perché si trovavano al di là di una vallata piuttosto ampia, venivano tuttavia trattenuti, secondo gli ordini di Cesare, dai tribuni dei soldati e dai legati. Ma i soldati, esaltati dalla speranza di una rapida vittoria, dalla vista dei nemici in fuga, dal ricordo delle precedenti vittorie, pensavano che nessuna impresa fosse per loro tanto ardua da non poterla compiere con il loro coraggio, e non si fermarono prima di aver raggiunto le mura e le porte della città. Allora si levarono grida da ogni parte della città, tanto che chi si trovava più lontano, atterrito dall'improvviso tumulto, pensando che i nemici avessero varcato le porte, si precipitò fuori dalla città. Le madri di famiglia gettavano dalle mura stoffe e argento e, scoprendosi il petto e protendendo le mani aperte, supplicavano i Romani di risparmiarle e di non fare come ad Avarico, dove avevano ucciso anche le donne e i bambini; alcune, calandosi dal muro con l'aiuto delle mani, si consegnavano ai soldati. Lucio Fabio, centurione della VIII legione, che quel giorno aveva detto ai suoi, ed era cosa nota, di essere attirato dai premi promessi ad Avarico e che quindi non avrebbe permesso a nessuno di salire prima di lui sulle mura, trovati tre soldati del suo manipolo, si fece sollevare da loro e arrivò sulle mura, e poi, tirandoli su uno alla volta, fece salire anche loro. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XLVIII
Eodem die castra promovit et milibus passuum VI a Caesaris castris sub monte consedit. Postridie eius diei praeter castra Caesaris suas copias traduxit et milibus passuum duobus ultra eum castra fecit eo consilio uti frumento commeatuque qui ex Sequanis et Haeduis supportaretur Caesarem intercluderet. Ex eo die dies continuos V Caesar pro castris suas copias produxit et aciem instructam habuit, ut, si vellet Ariovistus proelio contendere, ei potestas non deesset. Ariovistus his omnibus diebus exercitum castris continuit, equestri proelio cotidie contendit. Genus hoc erat pugnae, quo se Germani exercuerant: equitum milia erant VI, totidem numero pedites velocissimi ac fortissimi, quos ex omni copia singuli singulos suae salutis causa delegerant: cum his in proeliis versabantur, ad eos se equites recipiebant; hi, si quid erat durius, concurrebant, si qui graviore vulnere accepto equo deciderat, circumsistebant; si quo erat longius prodeundum aut celerius recipiendum, tanta erat horum exercitatione celeritas ut iubis sublevati equorum cursum adaequarent. |
Intanto i Galli che, come abbiamo detto, erano concentrati dall'altra parte della città per provvedere alle opere di fortificazione, prima per le grida, che avevano sentito, poi sollecitati dalle notizie, che arrivavano in rapida successione, secondo le quali la città era stata occupata dai Romani, mandata avanti la cavalleria, si lanciarono a passo di corsa in quella direzione. Come arrivavano prendevano posizione sotto le mura ingrossando le file dei combattenti. Quando se ne fu radunato un folto gruppo, le madri di famiglia, che poco prima tendevano le mani ai Romani dall'alto delle mura, cominciarono a rivolgere le loro suppliche ai Galli, a mostrare, secondo la loro usanza, i capelli sciolti, a presentare bene in vista i figli. Per i Romani era una lotta impari, per posizione e per numero: affaticati per la corsa e per la durata del combattimento, sostenevano con difficoltà l'assalto di truppe fresche e continuamente rinnovate. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| XLIX
Ubi eum castris se tenere Caesar intellexit, ne diutius commeatu prohiberetur, ultra eum locum, quo in loco Germani consederant, circiter passus DC ab his, castris idoneum locum delegit acieque triplici instructa ad eum locum venit. Primam et secundam aciem in armis esse, tertiam castra munire iussit. [Hic locus ab hoste circiter passus DC, uti dictum est, aberat.] Eo circiter hominum XVI milia expedita cum omni equitatu Ariovistus misit, quae copiae nostros terrerent et munitione prohiberent. Nihilo setius Caesar, ut ante constituerat, duas acies hostem propulsare, tertiam opus perficere iussit. Munitis castris duas ibi legiones reliquit et partem auxiliorum, quattuor reliquas legiones in castra maiora reduxit. |
Cesare, vedendo che si combatteva in posizione sfavorevole e che le forze nemiche erano in continuo aumento, temendo per i suoi, mandò al legato Tito Sestio, che aveva lasciato di guarnigione al campo minore, l'ordine di far uscire in fretta le coorti e di attestarsi alla base del colle sul fianco destro dei nemici, per intimorire il nemico e impedirgli di gettarsi all'inseguimento dei nostri, nel caso che li avesse visti abbandonare la posizione. Cesare, dal canto suo, portatosi con la legione un po' più avanti dal punto in cui si era attestato, attendeva l'esito della battaglia. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| L
Proximo die instituto suo Caesar ex castris utrisque copias suas eduxit paulumque a maioribus castris progressus aciem instruxit hostibusque pugnandi potestatem fecit. Ubi ne tum quidem eos prodire intellexit, circiter meridiem exercitum in castra reduxit. Tum demum Ariovistus partem suarum copiarum, quae castra minora oppugnaret, misit. Acriter utrimque usque ad vesperum pugnatum est. Solis occasu suas copias Ariovistus multis et inlatis et acceptis vulneribus in castra reduxit. Cum ex captivis quaereret Caesar quam ob rem Ariovistus proelio non decertaret, hanc reperiebat causam, quod apud Germanos ea consuetudo esset ut matres familiae eorum sortibus et vaticinationibus declararent utrum proelium committi ex usu esset necne; eas ita dicere: non esse fas Germanos superare, si ante novam lunam proelio contendissent. |
Si combatteva corpo a corpo con grande accanimento, fidando, i nemici, nella loro superiorità numerica, i nostri, nel loro valore, quando all'improvviso si videro comparire sul nostro fianco scoperto le truppe degli Edui, che Cesare aveva fatto salire per un'altra strada, a destra, per operare una manovra diversiva. Il loro armamento, simile a quello dei nemici, trasse in inganno i nostri terrorizzandoli, e sebbene vedessero che portavano scoperta la spalla destra, che era il segno convenzionale per distinguerli dal nemico, i soldati pensarono che fosse un espediente messo in atto dai nemici per trarli in inganno. Nello stesso tempo, il centurione Lucio Fabio e quelli che insieme a lui erano saliti sulle mura, circondati e uccisi, vengono precipitati di sotto. Marco Petronio, centurione della stessa legione, che aveva tentato di sfondare una porta, schiacciato da preponderanti forze avversarie, ormai coperto di ferite e disperando di salvarsi così si rivolse ai soldati del suo manipolo, che lo avevano seguito: «Poiché non posso salvarmi con voi, avrò cura, almeno, delle vostre vite, che ho messo in pericolo, spinto dal desiderio di gloria. Pensate a mettervi in salvo, che io ve ne darò l'occasione». Si getta quindi sui nemici ne uccide due e apre un piccolo varco allontanando gli altri dalla porta. Ai suoi che tentavano di aiutarlo «è inutile», disse, «tentare di salvarmi: ho perduto troppo sangue e mi mancano le forze. Andatevene, mentre siete ancora in tempo, e riunitevi alla legione». Così combattendo, poco dopo, cadde salvando la vita ai suoi uomini. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| LI
Postridie eius diei Caesar praesidio utrisque castris quod satis esse visum est reliquit, alarios omnes in conspectu hostium pro castris minoribus constituit, quod minus multitudine militum legionariorum pro hostium numero valebat, ut ad speciem alariis uteretur; ipse triplici instructa acie usque ad castra hostium accessit. Tum demum necessario Germani suas copias castris eduxerunt generatimque constituerunt paribus intervallis, Harudes, Marcomanos, Tribocos, Vangiones, Nemetes, Sedusios, Suebos, omnemque aciem suam raedis et carris circumdederunt, ne qua spes in fuga relinqueretur. Eo mulieres imposuerunt, quae ad proelium proficiscentes milites passis manibus flentes implorabant ne se in servitutem Romanis traderent. |
Il giorno successivo, Cesare lasciò a presidio di ciascun campo le forze che gli sembravano sufficienti. Schierò davanti al campo minore, in vista del nemico, tutte le truppe ausiliarie, perché i legionari erano numericamente tanto inferiori al nemico, da rendere necessario utilizzare gli ausiliari per dare l'impressione di una maggiore massa di soldati. Egli stesso, con l'esercito schierato a battaglia su tre ordini, avanzò verso l'accampamento nemico. Finalmente i Germani furono costretti ad uscire dal campo e si schierarono per tribù, a pari distanza gli uni dagli altri: Arudi, Marcomanni, Triboci, Vangioni, Nemeti, Sedusi, Svevi, e perché non vi fosse alcuna speranza di fuga, formarono alle spalle delle loro schiere una barriera di carri e carriaggi. Vi fecero salire le loro donne che, tendendo le braccia e piangendo, supplicavano i combattenti di non renderle schiave dei Romani. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| LII
Caesar singulis legionibus singulos legatos et quaestorem praefecit, uti eos testes suae quisque virtutis haberet; ipse a dextro cornu, quod eam partem minime firmam hostium esse animadverterat, proelium commisit. Ita nostri acriter in hostes signo dato impetum fecerunt itaque hostes repente celeriterque procurrerunt, ut spatium pila in hostes coiciendi non daretur. Relictis pilis comminus gladiis pugnatum est. At Germani celeriter ex consuetudine sua phalange facta impetus gladiorum exceperunt. Reperti sunt complures nostri qui in phalanga insilirent et scuta manibus revellerent et desuper vulnerarent. Cum hostium acies a sinistro cornu pulsa atque in fugam coniecta esset, a dextro cornu vehementer multitudine suorum nostram aciem premebant. Id cum animadvertisset P. Crassus adulescens, qui equitatui praeerat, quod expeditior erat quam ii qui inter aciem versabantur, tertiam aciem laborantibus nostris subsidio misit. |
Cesare affidò il comando di ciascuna legione ai rispettivi legati e questori, perché i soldati avessero in loro dei testimoni del proprio valore; egli stesso attaccò battaglia dall'ala destra, perché aveva notato che il fronte nemico si presentava molto più debole da quel lato. Al segnale dello scontro, i nostri si gettarono sul nemico con tale slancio ed il nemico rispose così prontamente e velocemente all'attacco, che non vi fu lo spazio per il lancio dei giavellotti. Lasciata da parte quest'arma si combatté corpo a corpo con le spade. Ma i Germani, formata rapidamente la falange, secondo la loro tecnica di combattimento, sostennero l'assalto delle spade. Si videro molti dei nostri soldati balzare sopra le falangi, strappare con le mani gli scudi e colpire dall'alto. Mentre l'ala sinistra dei nemici veniva respinta e messa in fuga, l'ala destra, numericamente superiore, esercitava una forte pressione sull'ala sinistra del nostro schieramento. Quando il giovane Publio Crasso che comandava la cavalleria, se ne accorse, poiché era meno impegnato di coloro che combattevano all'interno dello schieramento, mandò in aiuto di quelli che si trovavano in difficoltà le truppe del terzo ordine. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| LIII
Ita proelium restitutum est, atque omnes hostes terga verterunt nec prius fugere destiterunt quam ad flumen Rhenum milia passuum ex eo loco circiter L pervenerunt. Ibi perpauci aut viribus confisi tranare contenderunt aut lintribus inventis sibi salutem reppererunt. In his fuit Ariovistus, qui naviculam deligatam ad ripam nactus ea profugit; reliquos omnes consecuti equites nostri interfecerunt. Duae fuerunt Ariovisti uxores, una Sueba natione, quam domo secum eduxerat, altera Norica, regis Voccionis soror, quam in Gallia duxerat a fratre missam: utraque in ea fuga periit; duae filiae: harum altera occisa, altera capta est. C. Valerius Procillus, cum a custodibus in fuga trinis catenis vinctus traheretur, in ipsum Caesarem hostes equitatu insequentem incidit. Quae quidem res Caesari non minorem quam ipsa victoria voluptatem attulit, quod hominem honestissimum provinciae Galliae, suum familiarem et hospitem, ereptum ex manibus hostium sibi restitutum videbat neque eius calamitate de tanta voluptate et gratulatione quicquam fortuna deminuerat. Is se praesente de se ter sortibus consultum dicebat, utrum igni statim necaretur an in aliud tempus reservaretur: sortium beneficio se esse incolumem. Item M. Metius repertus et ad eum reductus est. |
La manovra ristabilì le sorti della battaglia. Tutti i nemici volsero in fuga e non si fermarono prima di aver raggiunto il fiume Reno, a circa cinque miglia di distanza dal luogo dello scontro. Qui, pochissimi, cercarono di passare a nuoto confidando nelle proprie forze o, trovate delle barche, riuscirono a salvarsi. Tra questi vi fu Ariovisto che trovò una piccola barca legata alla riva e fuggi con quella. La nostra cavalleria inseguì ed uccise gli altri. Ariovisto aveva due mogli, una sveva, che aveva condotto con sé dalla Germania, l'altra norica, sorella del re Voccione, che aveva sposato in Gallia, mandata dal fratello: entrambe perirono in quella fuga. C. Valerio Procillo, trascinato in catene dai custodi durante la fuga, si imbatté in Cesare in persona, che inseguiva i nemici con la cavalleria. Questo fatto recò a Cesare una gioia non minore della stessa vittoria, perché vedeva strappato alle mani del nemico e ritrovato l'uomo più onorevole della provincia di Gallia, suo familiare ed ospite, e la Fortuna, risparmiandolo, aveva voluto che nulla mancasse alla gioia e alla contentezza della vittoria. Procillo raccontava che per tre volte, davanti ai suoi occhi, erano stati tratti gli auspici per decidere se doveva essere immediatamente arso sul rogo o se bisognava rimandare l'esecuzione: doveva la sua salvezza ai responsi. Anche M. Mettio fu ritrovato e ricondotto a Cesare. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |
| LIV
Hoc proelio trans Rhenum nuntiato, Suebi, qui ad ripas Rheni venerant, domum reverti coeperunt; quos ubi qui proximi Rhenum incolunt perterritos senserunt, insecuti magnum ex iis numerum occiderunt. Caesar una aestate duobus maximis bellis confectis maturius paulo quam tempus anni postulabat in hiberna in Sequanos exercitum deduxit; hibernis Labienum praeposuit; ipse in citeriorem Galliam ad conventus agendos profectus est. |
Quando la notizia della battaglia raggiunse, al di là del Reno, gli Svevi che si erano spinti sulle sponde del fiume, questi cominciarono a ripiegare verso le loro terre. Appena i popoli che abitano le regioni più vicine al Reno si accorsero che erano stati presi dal panico, li inseguirono e ne fecero strage. Cesare, dopo aver portato a termine in una sola estate due grandissime guerre, ricondusse l'esercito nei quartieri d'inverno, nel territorio dei Sequani, un po' prima di quanto la stagione richiedesse, ne affidò il comando a Labieno e partì per la Gallia Citeriore per tenervi le sessioni giudiziarie. Ringrazio Anacleto Bertozzi per la traduzione inviatami. |